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Tempo di resistenza

Vengono tempi in cui il male sembra trionfare, in cui sembra essersi impadronito della storia ed ogni tentativo di fargli fronte appare vano. Oggi il male penetra nel cuore degli uomini nascosto nel sentimento della paura. Quando le persone si sentono insicure, sentono la loro esistenza minacciata, sentono che qualcuno o qualcosa minaccia di sottrargli il loro benessere e la loro sicurezza, cercano un nemico da sconfiggere e un capo che le difenda.
 
Quando le persone si convincono, a torto o a ragione, che la loro vita è in pericolo, diventano aggressive e ostili. Il male che è entrato in loro per mezzo della paura poi ne esce trasformato in aggressività e odio verso chi, secondo loro, le minaccia.
 

Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L'uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. (Luca 6, 44-45)

Quando questo sentimento dilaga, può diventare maggioranza, può diventare opinione diffusa, può conquistare il potere politico.

1. di fronte al male

roseblanche

La nostra prima reazione davanti al male è il rifiuto: non ci dovrebbe essere, è sbagliato. Lo sentiamo davanti alle nostre disgrazie personali: perché proprio a me questa malattia, perché proprio a me questo fallimento nel lavoro, in una relazione d’amore, perché proprio a me, nella mia famiglia, questo lutto? Che cosa ho fatto di sbagliato per meritarmi tutto questo? E per qualche istante sogniamo un miracolo o una magia che cancelli tutto e ci riporti a come eravamo prima.

Anche davanti al male che sta invadendo la nostra storia proviamo gli stessi sentimenti. In tante parti del mondo1 di fronte all’insicurezza della vita la gente si affida a governi autoritari, che promettono di liberare il popolo dal male eliminando i nemici di turno. E i nemici più facili da individuare sono i “diversi”, gli immigrati, gli stranieri, le minoranze, gli zingari, i delinquenti. Non preoccupatevi: il vostro capo vi protegge dal pericolo di tutta questa gente e farà piazza pulita dei cattivi.

Di fronte a queste posizioni aggressive la risposta rischia di essere altrettanto ostile. Queste politiche sono sbagliate, fasciste, populiste, sovraniste: le etichette servono sempre a semplificare, non a comprendere, perché rinchiudono l’avversario in uno spazio ben definito sul quale possiamo poi facilmente scaricare i nostri colpi. Vanno semplicemente tolti di mezzo, si deve solo trovare il modo di sconfiggerli alle prossime elezioni. Si cerca di trovare la strategia di comunicazione migliore per smascherare le menzogne che raccontano per rafforzare il loro potere, com’è possibile che la gente non capisca che viene imbrogliata? Oppure si cerca di denigrarli, andando a scavare nel loro passato per dimostrare quanto indegnamente sono arrivati al potere. Non hanno titoli di studio, hanno fatto lavori umili, non hanno le capacità necessarie per governare un Paese2.

Ma in questo modo non facciamo che opporre altro male al male che già c’è, a combattere con le stesse armi che stiamo criticando. Il male non si vince perché riusciamo ad essere più forti di lui, se usiamo le sue stesse armi. Al contrario, questa in realtà è la sua più grande vittoria, perché in questo modo non lo abbiamo eliminato, quanto invece diffuso e moltiplicato. Molte rivoluzioni nel corso della storia hanno pensato di poter portare libertà e giustizia per mezzo della violenza: in Russia, in Cina, a Cuba, in Nicaragua si è finiti col creare un regime tanto violento e ingiusto quanto quello che si è voluto togliere di mezzo.

Davanti all’opposizione che incontra, Gesù rifiuta lo scontro violento

All'udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino. (Luca 4, 28-30)

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l'ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio (Luca 9, 51-55)

Gesù non pensa a togliere di mezzo i suoi nemici: semplicemente non si lascia fermare e prosegue per la sua strada. Lascia lì il male e continua per la sua via di bene. Più che a far morire il male, Gesù appare intento a far vivere il bene. Il male rimane, almeno per il momento non può essere eliminato, ma anche il bene che è la storia di Gesù rimane e il male non riesce ad arrestarla.
 

Sarà così fino alla fine. Quando il male riuscirà a eliminare fisicamente Gesù, proprio sulla croce ci sarà la rivelazione più completa e più vera di quello che lui era venuto a portare: un amore sconfinato, che non si ferma davanti a nulla e che rimane rivolto a tutti.

Il centurione che si trovava di fronte a lui avendolo visto spirare in quel modo disse: “Davvero quest’uomo era figlio di Dio!” (Marco 15,39)

La sua resurrezione mostrerà come questo amore continua a vivere nonostante il male si sia accanito contro di lui con tutte la sua violenza. Gesù vince il male non perché lo sconfigge nella battaglia per la morte: Gesù non uccide, ma accetta di essere ucciso. Gesù vince nella battaglia per la vita, perché il male che è violenza e oppressione può portare soltanto alla morte, mentre l’amore è fecondo e genera sempre vita, anche quando perde la propria.

Tra la morte e la vita si apre lo spazio di attesa dei tre giorni in cui Gesù rimane nel sepolcro, lo spazio del Sabato Santo: lì dobbiamo continuare a credere al bene, non lasciare che si spenga la speranza, sapere che la vittoria del male è solo provvisoria. Lì si apre lo spazio della resistenza che anche noi siamo chiamati a vivere.

2. restare umani

Nei tempi di prova la nostra prima attenzione non va rivolta fuori di noi, al male che ci circonda, alle ingiustizie che provocano sofferenze nella vita dei nostri fratelli e forse anche nella nostra. La prima attenzione va rivolta a noi stessi, perché il male non penetri anche dentro di noi nella forma aggressiva della rabbia, dell’odio, del desiderio di vendetta, del disprezzo degli avversari, oppure nella forma depressiva dello scoraggiamento che ci fa credere che non ci sia più nulla da fare e la cosa migliore sia rassegnarsi e ritirarci al sicuro nel nostro angolino.

Lo testimonia nel 1938 il pastore luterano D. Bonhoeffer, nella sua resistenza alla violenza nazista che lo porterà ad essere ucciso nel Lager di Flossenburg:

Che danno mai può farti, chi ti fa del male? Non è un danno per te, ma per lui. Soffrire ingiustamente non è un danno per un cristiano. E’ un danno invece fare l’ingiustizia. Soltanto una cosa in te vuole ottenere il male, e cioè che anche tu diventi cattivo. Ma con questo avrebbe proprio vinto. Perciò non rendere male per male. Con questo non danneggi lui, ma te stesso. Non sei tu ad essere in pericolo quando viene il male, ma è l’altro ad essere in pericolo, quello che fa il male e che con questo si rovinerà, se tu non lo aiuti3

Lo testimonia nel 1962 il pastore battista M.L.King, nella sua lotta nonviolenta contro la segregazione razziale negli Stati Uniti:

Ai nostri più accaniti oppositori noi diciamo: “Noi faremo fronte alla vostra capacità di infliggere sofferenze con la nostra capacità di sopportare le sofferenze; andremo incontro alla vostra forza fisica con la nostra forza d’animo. Fateci quello che volete, e noi continueremo ad amarvi. Noi non possiamo, in buona coscienza, obbedire alle vostre leggi ingiuste, perché la non cooperazione col male è un obbligo morale non meno della cooperazione col bene. Metteteci in prigione e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case e minacciate i nostri figli e noi vi ameremo ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case, nell’ora di mezzanotte, batteteci e lasciateci mezzi morti, e noi vi ameremo ancora. Ma siate sicuri che vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. Un giorno, noi conquisteremo la libertà, ma non solo per noi stessi: faremo talmente appello al vostro cuore ed alla vostra coscienza che alla lunga conquisteremo voi, e la nostra vittoria sarà una duplice vittoria"4

Lo testimonia Ingrid Betancourt, a lungo prigioniera dei guerriglieri colombiani delle FARC

Ingrid Betancourt ha raccontato che, dopo un suo tentativo di fuga, i carcerieri la tenevano incatenata per il collo, come un animale, lì nella foresta. L’odio contro di lei in quei giorni era alla sua massima espressione. Anche quel giorno, sotto il diluvio che si protraeva da ore, a differenza degli altri prigionieri e dei guerriglieri che erano al riparo in capanne, lei venne tenuta lì, incatenata. «Nella foresta non ci sono bagni, ma quando chiesi al mio guardiano se poteva sciogliermi, per lasciarmi andare dietro un albero, come se andassi al bagno, lui mi rispose: “Quello che devi fare puoi farlo qui, davanti a me. Cagna”».  

È stato un momento intenso e davvero drammatico, come drammatico è stato il successivo silenzio, durante il quale Ingrid Betancourt ha cercato le parole per proseguire: «Io ho sofferto per tanti anni, ma in quel momento, la risposta di quell’uomo, una risposta così inutile, così piena di odio, di malvagità, beh in quel momento ho sentito che volevo ucciderlo. Sì, mi sono detta che lo odiavo e volevo ucciderlo. È stata una decisione molto fredda. E questa sensazione, questo pensiero, questo desiderio è diventato un’ossessione per me, che mi ha riempita, quasi affogato. È durata per giorni, e mi chiedevo come potessi ucciderlo. Era così. Finché non ho capito che no, non era vero. Un giorno mi sono svegliata e mi sono detta che io non voglio ucciderlo. Questo è proprio quello che io non voglio. Io non voglio aver vissuto tutto quello che ho vissuto per finire col trasformarmi in un essere che odia, che desidera la morte dell’altro, assetata della morte dell’altro: non mi voglio convertire in quello che sono loro. E questo pensiero mi ha liberato. È stato un pensiero liberatorio perché ho capito che anche con le catene dell’umiliazione, dell’abuso, del dolore, avevo ancora la più importante delle libertà, quella di essere ciò che volevo essere»5

Nel tempo della resistenza non possiamo evitare che il male conquisti terreno, guadagnando il potere economico, il potere politico, i mezzi di comunicazione. Ma possiamo impedire che penetri anche nel nostro animo e nella nostra vita. La prima resistenza avviene dentro di noi, quella di mantenere accesa la speranza che il bene sia ancora possibile, e attorno a noi, quella di continuare ad amare almeno qualcuno, vincendo la tentazione di pensare che non valga più la pena darsi da fare per costruire il bene.

Questa resistenza pone un argine al dilagare del male, gli impedisce di arrivare ovunque, mantenendo libere alcune zone, alcune persone, alcune piccole comunità. L’importante è che il bene possa sopravvivere almeno in queste isole, siano esse anche soltanto il cuore di qualche profeta. Da queste isole di libertà il bene ripartirà alla riconquista del terreno perduto, quando il male inevitabilmente perderà il suo vigore.

Nel gennaio 2002 apparve sul giornale israeliano Haaretz una lettera in cui 51 ufficiali e soldati della riserva dell’esercito israeliano dichiaravano il loro rifiuto di prestare servizio militare nei territori palestinesi occupati da Israele con la guerra del 1967. Tre anni più tardi i firmatari erano diventati oltre 600:

Noi, ufficiali e soldati combattenti della riserva delle Forze di Difesa di Israele (IDF), che siamo stati arruolati sulla base dei principi del Sionismo, del sacrificio e della dedizione al popolo d’Israele e allo Stato d’Israele, noi che abbiamo sempre prestato servizio in prima linea, e che eravamo i primi a portare a termine qualsiasi missione, leggera o pesante, allo scopo di proteggere lo Stato d’Israele e rafforzarlo
- noi, ufficiali e soldati combattenti che abbiamo servito lo Stato d’Israele per lunghe settimane ogni anno, senza badare al duro prezzo pagato dalla nostra vita personale, abbiamo svolto il nostro dovere di riservisti ovunque nei Territori Occupati, ci sono stati imposti ordini e direttive che non avevano nulla a che fare con la sicurezza della nostra nazione e che avevano la sola intenzione di perpetuare il nostro controllo sul popolo palestinese. Noi che abbiamo visto con i nostri occhi il sanguinoso dazio che questa occupazione esige da entrambe le parti.
- Noi, che ci rendiamo conto di come gli ordini che ci vengono impartiti nei Territori distruggono tutti i valori che abbiamo assimilato crescendo in questa nazione.
- Noi, che ora comprendiamo che il prezzo dell’Occupazione è la perdita dell’umanità delle Forze di Difesa di Israele e la corruzione dell’intera società israeliana
- Noi che sappiamo che i Territori non sono Israele e che tutti gli Insediamenti prima o poi sono destinati a essere evacuati
- Noi qui dichiariamo che non continueremo a combattere questa guerra per gli Insediamenti
- Noi non continueremo a combattere al di là delle frontiere del 1967 allo scopo di dominare, espellere, affamare e umiliare un intero popolo
- Noi qui dichiariamo che continueremo a servire le Forze di Difesa di Israele in qualunque missione serva alla difesa di Israele
- Le missioni di occupazione e oppressione non servono a questo intento – e noi non vi prenderemo parte in nessun modo
 

Nella dichiarazione dei soldati israeliani colpisce la preoccupazione non solo di non rendersi complici delle sofferenze inflitte al popolo palestinese, ma prima ancora di salvaguardare i valori stessi su cui è fondata la nazione israeliana. Continuare a impiegare l’esercito nell’oppressione dei palestinesi comporta “la perdita dell’umanità delle Forze di Difesa di Israele e la corruzione dell’intera società israeliana”. La prima vittima del male non è chi lo subisce ma chi lo compie. Egli viene corrotto dallo stesso male che sta compiendo, fino a perdere la propria umanità.

Restare umani: questo motto è risuonato parecchie volte negli ultimi anni tra le persone e le comunità coinvolte per scelta o semplicemente per posizione geografica nel dramma delle migrazioni attraverso il Mediterraneo. Forse è nato proprio a Lampedusa, da sempre il luogo più esposto. Chi si trova ogni giorno faccia a faccia con gente stremata che attraversa il mare su precarie imbarcazioni si rende subito conto del rischio di perdere la propria sensibilità umana davanti alla sofferenza e alla morte del proprio simile. Può avvenire perché il salvataggio e l’accoglienza di queste persone diventa un lavoro, un’abitudine, e per difendersi dal carico emotivo si evita di lasciarsi coinvolgere; può avvenire perché si fa finta di non vedere e si volge il capo dall’altra parte; può avvenire perché ci si adatta a considerare questa sofferenza come una ineluttabile normalità.

Al contrario reagire, coinvolgersi, intervenire, soffrire davanti a queste tragedie significa non solo darsi da fare per salvare quegli uomini e quelle donne che tentano di passare il deserto e il mare, significa anche salvare quegli uomini e quelle donne che siamo noi. Quando smetti di sentire e prenderti cura dell’umanità dell’altro, significa che la tua stessa umanità ha cominciato a venir meno. Davanti a questi fatti comprendiamo meglio la profonda verità della frase del Talmud: “Chi salva una vita, salva il mondo intero”. Salvare la vita anche di un solo uomo significa salvare la nostra umanità, il nostro stesso essere uomini. Significa mantenere in vita la nostra capacità di essere umani, difendere la nostra dignità di uomini capaci di vibrare e reagire davanti alla sofferenza dell’altro.

L’esperienza di molti veterani di guerra ci insegna che chi si è trovato a compiere violenze disumane poi incontra enormi difficoltà a riadattarsi a una vita civile normale, a ritornare umano. Chi si è comportato da bestia, magari suo malgrado, magari travolto dalle circostanze, fatica a tornare ad essere una persona. Diceva il vescovo di Sarajevo Pero Sudar durante la guerra ai suoi fedeli croati: “chi di voi ha violentato la moglie di un altro, non sarà più capace di abbracciare la sua”.

Il primo e fondamentale gesto di resistenza al male è perciò quello di restare umani. Magari incapaci di salvare dal dolore e dalla morte, magari impotenti davanti alle ingiustizie e allo sfruttamento dei deboli, ma ancora in grado di coinvolgerci, di “rallegrarci con quelli che sono nella gioia e piangere con quelli che sono nel pianto (cfr Romani 12, 15). Ancora persone, non ancora bestie.

Tutto questo passa anche per gesti apparentemente piccoli, insignificanti davanti alla gravità della situazione che ci circonda. Scrive Primo Levi:

questo ne era il senso, non dimenticato né allora né poi: che appunto perché il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere per raccontare, per portare testimonianza; e che per vivere è importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro, l’impalcatura, la forma della civiltà. Che siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma che una facoltà ci è rimasta e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso. Dobbiamo quindi, certamente, lavarci la faccia senza sapone, nell’acqua sporca, e asciugarci nella giacca. Dobbiamo dare il nero alle scarpe, non perché così prescrive il regolamento, ma per dignità e proprietà. Dobbiamo camminare dritti, senza strascicare gli zoccoli, non già in omaggio alla disciplina prussiana, ma per restare vivi, per non cominciare a morire.6

Resistere al male significa continuare ad usare un linguaggio gentile, che rifiuta di inchiodare l’altro alla sua razza, al suo orientamento sessuale, al suo eventuale difetto, ma lo chiama per nome e lo considera persona. Un linguaggio che non accusa e offende, ma cerca la comprensione e l’intesa.

Resistere al male significa continuare a godere della bellezza creata da Dio nella natura e di quella creata dall’uomo nell’arte, anche se “non serve”. Suonare, cantare, dipingere, recitare poesie mantengono viva la nostra interiorità e ci impediscono di ridurci a macchine da lavoro e da consumo.

Spegnere computer, telefono e televisione ed ascoltare il silenzio ci consentono di interrompere il bombardamento di informazioni che stordisce la nostra mente e ci dà il tempo di arrivare a costruirci una nostra posizione personale sulle situazioni che viviamo.

Cucinare bene e con cura, pranzare assieme attorno a un tavolo apparecchiato ci consente di sperimentare la convivialità che crea comunione tra le persone, e non solo il riempirci la pancia per sentirci sazi.

Sorridere agli altri, salutare chi incontriamo per strada, chiedere aiuto e ringraziare ci ricorda che l’altro non è un rivale o un avversario, ma il compagno che ci è stato dato per sostenere il nostro cammino:

Mi ricordo bene la prima volta che sono venuta da te” mi dice una donna sinta che abita in un campo di giostrai. “Son venuta a chiederti i soldi per comprare una bombola di gas e tu mi hai fatto entrare, mi hai fatto sedere, hai ascoltato per un’ora i miei problemi e mi hai anche fatto il caffè”

Una donna africana si è ritrovata da sola con i suoi cinque figli, la più grande di 9 anni, il più piccolo meno di uno. Aveva il permesso di soggiorno scaduto. Era senza lavoro. La situazione era disperata, per alcuni giorni sono rimasti anche senza mangiare. Con l'aiuto di varie persone se l'è cavata e adesso la situazione è migliorata.
Una donna italiana che l'ha aiutata molto le ha detto: “Sarai contenta adesso, che hai un lavoro, una casa calda, puoi dar da mangiare e da vestire ai tuoi figli”. “E' vero – ha risposto – ma io ti ringrazierò sempre perché adesso quando esco di casa la gente mi riconosce e mi saluta”.7

3. perseverare

Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita (Luca 21, 19)

Richiamate alla memoria quei primi giorni: dopo aver ricevuto la luce di Cristo, avete dovuto sopportare una lotta grande e penosa, ora esposti pubblicamente a insulti e persecuzioni, ora facendovi solidali con coloro che venivano trattati in questo modo. Infatti avete preso parte alle sofferenze dei carcerati e avete accettato con gioia di essere derubati delle vostre sostanze, sapendo di possedere beni migliori e duraturi. Non abbandonate dunque la vostra franchezza, alla quale è riservata una grande ricompensa. Avete solo bisogno di perseveranza, perché, fatta la volontà di Dio, otteniate ciò che vi è stato promesso.

Ancora un poco,infatti, un poco appena,
e colui che deve venire, verrà e non tarderà.
Il mio giusto per fede vivrà;
ma se cede, non porrò in lui il mio amore.
Noi però non siamo di quelli che cedono, per la propria rovina, ma uomini di fede per la salvezza della nostra anima. (Ebrei 10, 36-39)

La resistenza non è il gesto eroico di un momento, che porta in sé un’intensità entusiasmante, adrenalinica. E’ la logorante fedeltà alla decisione presa.

Se il male non si può sconfiggere subito, occorre che la luce del bene, per quanto fioca, rimanga accesa nel buio della notte finché non venga l’alba. Occorre tener duro, non cedere davanti a due diverse tentazioni. La prima tentazione è quella che giunge dall’esterno, è quella della violenza e dell’ingiustizia che vogliono farti credere di essere più forti per trascinarti dalla loro parte, arrenderti e dargliela vinta. La seconda tentazione, più subdola, nasce dentro di te, quando il tempo dell’attesa si prolunga, ti trovi isolato e cominci a chiederti “ma chi me lo fa fare?”. Occorre resistere senza sapere fino a quando, senza intravedere una via d’uscita, senza scorgere alcun segnale di cambiamento. Questa attesa apparentemente senza fine può svuotarti e finire nello scoraggiamento. Non è il nemico che ti sconfigge, sei tu che cessi di lottare.

Una resistenza lunga non chiede il coraggio e la dedizione di un singolo gesto, per quanto impegnativo, come soccorrere una persona in pericolo, stare davanti alla morte di una persona cara, accogliere i drammi interiori di una persona che ha bisogno di condividerli con te. La resistenza chiede la costanza di mantenere ferma la propria posizione anche quando sembra inutile, per fedeltà alla decisione presa e per preparare un futuro che ancora non si vede. Si gioca non sull’intensità, ma sulla durata. Questa durata non si riduce all’attesa di una salvezza futura. Resistere non significa soltanto portare pazienza, subire passivamente il male finché il peggio non sia passato. Significa fargli fronte, reggere il confronto.

“La tribolazione porta pazienza”. Pazienza8 tradotto letteralmente significa: rimanere sotto, non gettare via il peso ma portarlo. Nella Chiesa oggi noi sappiamo davvero troppo poco della benedizione tipica della sopportazione. Portare, non scuoterlo via, portare ma senza crollare, portare come Cristo ha portato la croce, rimanere sotto e lì sotto – trovare Cristo. Se Dio ci carica di un peso, l’uomo paziente piega il capo e crede che sia un bene per lui essere umiliato – rimanere sotto! Ma rimanere sotto! Significa dunque anche rimanere saldi, rimanere forti; non un debole accondiscendere, cedere, nessuna beatificazione della sofferenza, ma fortificarsi sotto il peso come sotto una grazia di Dio, custodire imperturbabili la pace di Dio. La pace di Dio è con i pazienti9.

L’immagine biblica più forte di questa perseveranza nelle tribolazioni è quella di Maria sotto la croce.

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala (Giovanni 19, 25)

Assistere alla morte del proprio figlio straziato dalla croce è il dolore più grande che una donna possa provare. Ma Maria non si ritira, rimane lì. La traduzione italiana non rende pienamente l’intensità del verbo greco, che indica un’azione già cominciata che ancora continua, qualcosa come “si erano messe presso la croce”. L’immagine che il Vangelo disegna è quella di queste figure di donne in piedi davanti alle tre croci piantate sul Golgota. Le croci immobili eseguono l’inesorabile condanna a morte, le donne irremovibili vi fanno fronte con la loro capacità di amare e soffrire fino alla fine. Esse ancora non lo sanno, ma la loro resistenza non è una strada senza uscita, ma una via aperta che sfocerà nella corsa del mattino di Pasqua ad annunciare la Resurrezione di Cristo. L’immobilità e l’inesorabilità della croce sarà smascherata: non era il giudizio definitivo che metteva a tacere ogni fede in Dio, ma solo un luogo di passaggio, che non poteva trattenere una speranza inaudita.

Che cosa rende possibile questa resistenza? Una forza d’animo eccezionale, sovrumana, che solo pochi possono avere? Il male non si vince contrapponendo forza a forza, illudendoci di essere superiori a lui, invincibili, di possedere capacità illimitate di sopportazione e sacrificio. Quel che sostiene la nostra resistenza non è la nostra eroica fedeltà alla parola data o alle decisioni prese, ma la convinzione profonda che Dio è fedele alle sue promesse, che non ci abbandona e non interrompe la sua storia con noi.

Io devo poter avere la certezza di essere nelle mani di Dio e non in quelle degli uomini. Poi tutto diventa più leggero; anche le privazioni più dure10

Le parole di Gesù in croce vanno a toccare proprio questo snodo fondamentale del nostro rapporto col Padre. La preghiera che Matteo e Marco riportano, “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” trasmette tutta la drammatica intensità della lotta contro la disperazione, contro la rinuncia ad affidarsi a Dio, a credere che lui ci sia ancora Padre. Quella ricordata da Luca “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” ci comunica invece il compimento di questa lotta, nel definitivo affidarsi del Figlio alle braccia del Padre. Non a caso in Matteo e Marco Gesù dice “Dio”, in Luca dice “Padre”. Gesù riesce a continuare a riconoscere in Dio non il giudice lontano, distaccato dalle vicende umane, ma il Padre misericordioso che non abbandona i suoi figli. La resistenza di Gesù sulla croce è la resistenza della fede. Egli non è l’eroe indomito che disprezza la paura e i nemici, ma è il credente che anche nel buio della prova non si lascia separare da Dio ma continua a riconoscerlo Padre e a mettersi nelle sue mani.

Dal carcere militare di Berlino nel quale era rinchiuso e dal quale sarebbe uscito solo per venire ucciso pochi giorni prima della guerra, Dietrich Bonhoeffer scrive all’inizio del 1944 questi versi, nei quali racchiude la sua fiducia che anche in quella prova estrema Dio continuava ad accompagnare la sua vita

Fiducioso e sereno, circondato da forze buone,
meravigliosamente protetto e consolato,
così voglio vivere questi giorni con voi
e con voi entrare in un nuovo anno.
Se ancora vorrà tormentarsi il nostro vecchio cuore,
se ancora ci opprimerà il peso greve dei giorni bui
dà o Signore alle nostre anime spaurite
la salvezza alla quale ci hai preparato
E se ci porgerai il calice greve e amaro del dolore
riempito fino all'orlo,
lo prenderemo riconoscenti senza tremare
dalle tue buone ed amate mani.
Se in questo mondo vorrai donarci ancora gioia
e lo splendore del suo sole
certo ci ricorderemo di quel che è stato
e sarà tua tutta la nostra vita
Fa' ardere tiepide e quiete le candele
che hai portato nella nostra oscurità;
raccoglici, quando sarà, di nuovo insieme.
Noi lo sappiamo, nella notte splende la tua luce.
Quando il silenzio profondo ci circonda
facci sentire quel suono carico del mondo
che invisibile si spande attorno a noi:
il canto di lode che si alza da tutti i tuoi figli.
Al riparo stupendo di forze buone
aspettiamo con fiducia quel che potrà venire
Dio è con noi alla sera e al mattino
e certamente in ogni nuovo giorno
 

Nella lotta contro il male si nasconde la subdola tentazione dell’eroismo. La nostra ambizione è attirata dall’idea di riuscire a compiere qualche gesto grandioso, di smascherare le ingiustizie economiche che impoveriscono milioni di persone, di contrapporci al razzismo che dilaga in Europa, di salvare le famiglie in crisi e cose del genere. C’è un’ebbrezza che ci invade quando ci caliamo nella parte dei paladini del bene, ma questa illusoria grandezza frana rovinosamente quando facciamo i conti con la durezza delle situazioni che incontriamo. Pensavamo di riuscire a salvare le persone dal male nel quale si dibattevano ma le vediamo sprofondare senza riuscire a fare nulla. Così dall’illusione di crederci i salvatori del mondo precipitiamo nello scoramento di sentirci incapaci e inutili. In realtà siamo semplicemente caduti nella trappola di affrontare il male a mani nude, con le nostre sole forze e non insieme a Cristo. Con la malcelata speranza di poterci poi attribuire tutto il merito della vittoria.

Non riuscirai ad accogliere chi arriva nei nostri paesi in cerca di un lavoro e una casa, non riuscirai a far ritrovare a quella coppia di amici la via dell’amore, non riuscirai a convincere la gente che le notizie che ci raccontano i media sono parziali e manipolate, non riuscirai a risvegliare negli indifferenti il desiderio di credere e di pregare, se pensi di essere capace di farlo e se speri di riuscirci. L’unico capace di farlo è Cristo e l’unica speranza che ha senso è quella in lui, non in noi. E’ solo con lui che possiamo vincere.

Per il resto, rafforzatevi nel Signore e nel vigore della sua potenza. Indossate l'armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete dunque l'armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno cattivo e restare saldi dopo aver superato tutte le prove. State saldi, dunque: attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace. Afferrate sempre lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutte le frecce infuocate del Maligno; prendete anche l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio. In ogni occasione, pregate con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, e a questo scopo vegliate con ogni perseveranza e supplica per tutti i santi (Efesini 6, 10-18)

La lotta contro il male non è la lotta contro le persone cattive, ma contro la paura, la rabbia, l’aggressività che le abita: “la nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso”. Non dobbiamo semplicemente resistere contro chi ci accusa, ma contro l’Accusatore che attraverso di loro cerca di demolire il bene che ancora c’è nella nostra vita.

il pastore, nei momenti difficili, nei momenti in cui si scatena il diavolo, dove il pastore è accusato, ma accusato dal Grande accusatore tramite tanta gente, tanti potenti, soffre, offre la vita e prega 11

Per questo per resistere non sono sufficienti le forze umane, “la carne e il sangue”, come dice la Scrittura. Per questo il cuore della resistenza contro il male non può essere chela resistenza nella preghiera. E’ questa la via necessaria che tiene vivo quel legame col Padre per il quale passa la fiducia necessaria a non lasciarci sommergere. Il male tenta in tutti i modi di farci credere che lui è più forte e che quindi la nostra resistenza è inutile. In realtà esso è più forte solo se noi contiamo unicamente su noi stessi, allora l’incertezza ci porta alla paura e alla resa. Ciò che ci consente di resistere davvero è invece il nostro legame col Padre, il nostro sentirci figli affidati alle sue mani: è proprio su questo legame che il male si accanirà, cercando di spezzarlo. Ed è proprio questo legame di fede che siamo continuamente chiamati a non lasciar cadere e a continuare a rafforzare. Nello scontro con il male la battaglia decisiva è la lotta nella preghiera per mantenere viva la fede.

Una volta Rabbi Pinchas di Koretz si sentì turbato nella sua fede in Dio e non trovò altro rimedio che di andare a trovare il Baalshem. Udì allora che egli era arrivato nella sua città. Pieno di gioia corse alla locanda. Diversi chassidim si erano raccolti intorno al Maestro, ed egli stava parlando su quel versetto della Scrittura che dice che le mani di Mosè, tese in alto nell’ora della battaglia contro Amalek, erano emuna cioè fiducia, fede.”Avviene talvolta”, diceva il Baalshem, “che si è turbati nella propria fede in Dio. Il rimedio contro questo è di pregare Dio di rafforzare in noi la fede. Ché il vero male che Amalek arrecò a Israele fu che con il suo fortunato assalto fece raffreddare la loro fede in Dio. Perciò Mosè, con le sue mani tese al cielo, che erano come la fiducia e la fede stesse, insegnò loro a pregare Dio che li rafforzasse nella fede, e questo solo è ciò che importa nell’ora della battaglia contro il potere del male”. Rabbi Pinchas l’udì, e il suo udire stesso fu preghiera, e già nella preghiera sentì la sua fede farsi forte12

Nel 1981, nel pieno della lotta contro il terrorismo, le Brigate Rosse sequestrarono e assassinarono il direttore del Petrolchimico di Porto Marghera, l’ingegnere Giuseppe Taliercio. La sua capacità di resistere nelle settimane di prigionia alle umiliazioni e alle violenze senza perdere la sua pace interiore impressionò profondamente i suoi carcerieri e fu il seme che a distanza di anni portò al pentimento di alcuni di loro. Lo testimonia una donna che faceva parte del gruppo che lo tenne prigioniero. Nel 1987 ella scrisse alla moglie di Taliercio:

(…) Nella nostra follia volevamo colpire il simbolo, ma il vivergli accanto giorno dopo giorno, ora dopo ora, ci portò inevitabilmente alla conoscenza dell’uomo, del suo spirito estremamente delicato, dignitoso e mai arrogante. C’era nelle sue preghiere qualcosa che allora non capivo, oggi comprendo che tutta la sua forza d’animo era intimamente legata al valore che lui dava alla preghiera.
La preghiera era il suo mondo insindacabile, dove noi con la nostra stupida razionalità non potevamo raggiungerlo; i nostri processi, le nostre censure nulla potevano contro la fede.
Rifiutava il vedere in noi una sorta di umanoidi, non poteva credere che avessimo perso di vista il nostro intento dell’uomo sulla terra: l’essere comunità, il benessere reciproco, la pace tra i popoli, la fiducia verso i propri simili. Perciò non si era mai arreso di fronte alla realtà dei fatti.
La sua fede illimitata in Dio e negli uomini dava forza al suo bisogno interiore di crearsi, anche in quella situazione, la propria dimensione umana.
Non poteva accettare che una parte, così importante, di esso venisse calpestata ed uccisa dalla stupidità umana. Questa sua forza, caparbietà, si imponeva con dolcezza, andava al di là del contingente, si trasformava in serenità di giudizio anche con noi suoi aguzzini. La certezza di essere giusto lo rendeva estremamente tranquillo, il pensiero della sua famiglia lo confortava. (…)
 

Nel 1981 il male sembrava aver preso il sopravvento: Taliercio era stato brutalmente ucciso. Ma nel 1987 la sua resistenza portò i suoi frutti: anche una donna lontana dalla fede aveva saputo riconoscere che quella capacità di rimanere uomo e di continuare a trattare gli altri non da nemici ma da uomini sgorgava da quella fonte indomabile che era il suo rapporto con Dio, vissuto nella preghiera. Non solo Taliercio non aveva perso la sua “dolcezza” e il suo “spirito estremamente delicato ed arrogante”. Non solo non aveva lasciato entrare in sé né la rabbia e il rancore per chi lo faceva soffrire, né lo scoraggiamento e la disperazione per una situazione senza via d’uscita. Oltre ad aver custodito la propria umanità, con questa aveva continuato a custodire quella degli altri: aveva respinto la tentazione di identificare i brigatisti con il male che stavano facendo, aveva continuato a riconoscere in loro, al di là di tutto, una umanità ancora capace di relazioni buone.

4. dall’oggi al domani

Per resistere nel tempo della prova è necessario che il nostro sguardo non si lasci imprigionare dalla sofferenza presente, ma che sia capace di spingersi avanti, verso un futuro che è nelle mani di Dio e non in quelle degli uomini, nel quale è racchiusa quella salvezza che oggi ancora non riusciamo a scorgere.

Noi conosciamo la fatica di non lasciarci rinchiudere nelle nostre sensazioni, nelle nostre emozioni, di sfuggire alla tentazione di identificare il bene col “sentirsi” bene. Il nostro bene non può ridursi alla rincorsa continua del piacere e alla fuga dalla fatica, per mezzo del consumo delle cose o delle relazioni con le persone. E’ una via senza uscita nella quale abbiamo bisogno di sensazioni sempre più forti e diventiamo sempre più insofferenti davanti alle difficoltà della vita, inseguendo un piacere di vivere che per questa via non arriverà mai.

Per evadere dalla prigione di questa illusione che ci inchioda all’attimo presente dobbiamo compiere due passaggi. Il primo è quello di pensare alla nostra vita in tutto l’arco del suo cammino. Il senso di ciò che viviamo non si trova nell’oggi, ma nel domani. La mia vita non si riduce alla ricerca del piacere nell’attimo che sto vivendo, ma vuol essere un disegno che ha avuto un inizio e avrà un compimento, e solo allora ne si potrà cogliere il senso completo. Chi vive solo per la soddisfazione e l’appagamento non può resistere. Per lui non ha alcun motivo aspettare per ottenere un piacere né sopportare una sofferenza che si potrebbe evitare. Chi invece cerca un senso pensa al cammino che ancora resta da fare, si chiede se i passi che può fare oggi portano verso il luogo in cui vorrebbe trovarsi domani. Se hai una meta dentro il cuore e davanti agli occhi, il desiderio di arrivarci ti sostiene nello sforzo e nelle privazioni del cammino.

Ma spesso per resistere non ci è chiesto soltanto di non lasciarci rinchiudere nel presente per guardare all’intero percorso della nostra vita. Forse non sarà dato a noi di godere di quel bene per il quale fatichiamo, ma solo a chi verrà dopo di noi.

Poi Mosè salì dalle steppe di Moab sul monte Nebo, cima del Pisga, che è di fronte a Gerico. Il Signore gli mostrò tutta la terra: Gàlaad fino a Dan, tutto Nèftali, la terra di Èfraim e di Manasse, tutta la terra di Giuda fino al mare occidentale e il Negheb, il distretto della valle di Gerico, città delle palme, fino a Soar. Il Signore gli disse: «Questa è la terra per la quale io ho giurato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe: «Io la darò alla tua discendenza». Te l'ho fatta vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai!».

Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nella terra di Moab, secondo l'ordine del Signore. (Deuteronomio 34, 1-5)

La lunga fatica di Mosè, che in nome di Dio ha guidato il popolo di Israele attraverso il deserto, è giunta al termine. Ma il compimento è ancora un passo oltre, un passo che non sarà Mosè a compiere, ma il suo successore Giosué. A Mosè è dato di vedere il compimento, la meta, ma non di goderne. Sarà il suo popolo, quello per cui egli ha speso la vita, ad entrare nella Terra Promessa, ad uscire dalla precarietà della vita nomade e a stabilirsi in una terra fertile. Mosè ha portato il peso delle proprie fatiche e anche dei propri peccati confidando in una speranza che ora consegna ad altri, perché siano essi a vederla compiuta.

A questo testo fa riferimento Bonhoeffer quando nel 1944 dopo il fallimento dell’attentato contro Hitler e la scoperta dei documenti con i nomi dei cospiratori è costretto a fare i conti con la prospettiva della propria morte. Questo non lo porta alla disperazione, a giudicare inutili tutte le fatiche e i pericoli affrontati negli ultimi anni, a rimpiangere la decisione presa nell’estate del 1939 di rientrare in Germania mentre avrebbe potuto fermarsi al sicuro negli Stati Uniti dove era stato invitato. Soltanto, la meta della libertà e della pace è spostata in avanti: non sarà lui ad entrarvi ma sarà il suo popolo, il popolo tedesco al quale egli aveva scelto di restare fedele, nella buona e nella cattiva sorte.

Meraviglie in me tu hai operato
l’amaro in dolce mi hai trasformato
oltre il velo della morte fammi vedere la scena
di questo mio popolo che va alla festa suprema.
Mentre sprofondo, Dio, nella tua eternità
vedo il mio popolo entrare nella libertà.
Tu che punisci i peccati e volentieri perdoni, Dio,
oh, io l’ho amato questo popolo mio.
Che io ne abbia portato i pesi e la vergogna
e vista la salvezza - di più non mi bisogna.
Tienimi, afferrami! Il bastone mi sprofonda;
Dio fedele, preparami la mia tomba».13

 

Il tempo della vita di un uomo è un tempo troppo breve per vedere compiersi le speranze di giustizia e di pace. Resistere al male mantenendo in vita la pianticella del bene, in attesa di tempi migliori in cui possa attecchire e crescere, richiede spesso l’impegno di più di una generazione. Per questo abbiamo bisogno di recuperare il senso della storia.

Il senso della mia storia personale, che mi faccia guardare alla vita non come a un insieme di attimi dai quali devo cogliere il più possibile di emozioni e di piacere, ma come a un’opera d’arte che chiede lunghi giorni e lunghe notti per essere portata a compimento. Se durante il lavoro dello scultore capita un visitatore imprevisto, facilmente questi non capirà a cosa stia lavorando: i contorni sono ancora indefiniti, alcune parti sono più definite, altre solo abbozzate. L’opera in divenire darà un senso di disordine e confusione, sarà per lo più incomprensibile a un osservatore esterno. Ma non al suo autore, che porta nella mente e nel cuore il disegno finale di ciò che vuole esprimere, e sa intuire ciò che ancora non si vede, per progredire lentamente in quella direzione.

Ma se invece di una statua si sta costruendo una cattedrale, è probabile che non sarà sufficiente una generazione per portarla a compimento, e chi la inizia dovrà avere non solo il senso della propria storia personale, ma anche quella di un intero popolo. Perché il disegno con il quale il lavoro inizia dovrà essere poi trasmesso ad altri per essere portato a compimento e chi l’avrà iniziato non potrà vederlo finito, ma come Mosè sul Nebo potrà solo vederlo di lontano e affidarlo ad altri perché siano essi ad arrivarci.

Se restiamo imprigionati nella cultura moderna, che ha esaltato l’individuo come metro di misura di ogni aspetto della vita, opere d’arte come le cattedrali medievali diventano praticamente impossibili. Chi è disposto a lavorare per altri? Chi è disposto a lavorare solo per preparare la strada perché altri possano arrivare alla meta?

Anche per costruire una società libera e giusta, dove non ci si tirano su muri per difendere il benessere arraffato dai più forti, ma si cercano i modi per condividere i beni a disposizione con tutti quelli che ne avrebbero diritto, è necessario che i politici non lavorino solo per l’oggi ma per il domani. Diceva Alcide De Gasperi ”un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alla prossima generazione”. Questo sguardo in avanti chiede che in profondità io non pensi che il mondo inizia e finisce con me, ma che la mia esistenza personale è solo un passo di un cammino più grande che il popolo a cui appartengo sta percorrendo. Questo non sminuisce il mio compito, ma lo relativizza, lo traguarda ad altri. Non sono io che devo ottenere il successo definitivo, a me è chiesta la fatica di camminare nella direzione giusta, quella da cui proviene chi mi ha preceduto e quella verso cui dovrà dirigersi chi verrà dopo di me.

Per chi è responsabile la domanda ultima non è: come me la cavo eroicamente in quest’affare, ma : come dovrà continuare a vivere una generazione futura. Solo da questa domanda storicamente responsabile possono nascere soluzioni feconde, anche se provvisoriamente molto mortificanti14

Noi possiamo resistere per custodire il bene attraverso le prove e le fatiche del presente, se affidarci al futuro vuol dire anche affidarci a Dio. Il Signore non è solo quello che ci sostiene perché non cadiamo sotto il peso delle nostre sofferenze, ma è anche colui che tiene in mano la storia e ci promette di portarla a compimento. Credere in Cristo solo come un modello da seguire in questa vita ci porta a caricarci di pesi impossibili. Il Vangelo non ci porta una legge nuova, più perfetta e profonda dell’antica. Non si limita a dirci come dobbiamo comportarci per resistere nel tempo della prova. Ce ne dà il motivo più profondo: il tempo del male non è infinito, Dio gli pone un termine, la nostra resistenza troverà il suo compimento in Dio che vince anche la morte.

Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza. È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L'ultimo nemico a essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi (1 Corinzi 15, 20-26)

Tradizionalmente nella Scrittura il male ha una durata precisa: tre e mezzo; la persecuzione di Antioco IV raccontata nei libri dei Maccabei dura tre anni e mezzo,

«La quarta bestia significa che ci sarà sulla terra un quarto regno diverso da tutti gli altri e divorerà tutta la terra, la schiaccerà e la stritolerà. Le dieci corna significano che dieci re sorgeranno da quel regno e dopo di loro ne seguirà un altro, diverso dai precedenti: abbatterà tre re e proferirà parole contro l'Altissimo e insulterà i santi dell'Altissimo; penserà di mutare i tempi e la legge. I santi gli saranno dati in mano per un tempo, tempi e metà di un tempo. Si terrà poi il giudizio e gli sarà tolto il potere, quindi verrà sterminato e distrutto completamente. Allora il regno, il potere e la grandezza dei regni che sono sotto il cielo saranno dati al popolo dei santi dell'Altissimo, il cui regno sarà eterno e tutti gli imperi lo serviranno e gli obbediranno». (Daniele 7, 23-28)

Tre e mezzo: è la metà di sette, il numero che nella Bibbia indica la pienezza dell’opera di Dio nella storia. L’opera del male non può durare altrettanto, ma solo la metà. Il male prende il sopravvento, ma solo per un tempo limitato. Poi Dio riprende in mano la storia e porta a compimento la sua opera di salvezza.

Quando il drago si vide precipitato sulla terra, si mise a perseguitare la donna che aveva partorito il figlio maschio. Ma furono date alla donna le due ali della grande aquila, perché volasse nel deserto verso il proprio rifugio, dove viene nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo, lontano dal serpente. (Apocalisse 12,13-14)

L’Apocalisse è un libro scritto proprio per aiutare i cristiani a resistere nelle persecuzioni, e traccia un grandioso disegno della storia della salvezza. La Chiesa perseguitata, rappresentata da questa donna che si rifugia nel deserto, viene custodita da Dio nel tempo della persecuzione, tre tempi e mezzo, finché negli ultimi capitoli verrà descritta la sconfitta delle forze del male e le nozze di Dio con il suo popolo, raffigurato nella città di Gerusalemme.

ceuta12

I cristiani possono resistere alle persecuzioni se vivono in questa fiducia incrollabile che, nonostante ogni apparenza contraria, la storia è nelle mani di Dio e quindi la vittoria finale non può sfuggirgli. Le fatiche, le prove, la sofferenza e anche la morte non sono inutili, ma hanno un senso, una direzione precisa. Sono i passi che percorrono la via che porta all’incontro col Signore. Possiamo restare sulla croce del venerdì santo e nella tomba del sabato perché sappiamo che prima o poi si leverà il mattino di Pasqua.

Bonhoeffer ha resistito e lottato contro il nazismo ed ha affrontato la morte nella luce di questa fede nella resurrezione e vittoria finale. Le sue ultime parole, affidate a un ufficiale inglese prigioniero con lui, con l’incarico di riferirle al suo amico George Bell, arcivescovo di Chichester, furono queste:

Per favore faccia pervenire al Vescovo di Chichester questo messaggio da parte mia: “gli dica che questa per me è la fine, ma anche l’inizio – con lui io credo nel principio della nostra universale fratellanza cristiana, che si eleva al di sopra di ogni odio tra le nazioni e che la nostra vittoria è sicura15

Così davanti alla sua morte testimoniava la fede che aveva annunciato agli altri

Quando un uomo di Dio del secolo scorso, che nella sua vita aveva predicato spesso la vittoria di Cristo e aveva compiuto opere meravigliose in nome suo, giaceva nel letto di morte, egli si trovò in grande angoscia e travaglio e allora suo figlio gli si chinò all’orecchio e gridò al morente: “Padre, si vince”. Quando vengono su di noi ore buie e viene l’ora più buia, allora vogliamo ascoltare la voce di Gesù Cristo, che ci grida all’orecchio: si vince. La morte è inghiottita dalla vittoria. Abbi fiducia.16

1Per esempio in Ungheria, Austria, Brasile, Filippine, Stati Uniti, Russia, Israele, India, Thailandia

2“unfit to lead Italy” titolò l’Economist nel 2001 riferendosi a Berlusconi, che comunque vinse le elezioni e diventò capo del governo

3D. Bonhoeffer, Predigt zu Romer 12, 17-21, in DBW 15, ed. Chr. Kaiser, pag.466 (traduzione nostra)

4M.L.King, la forza di amare, ed.SEI, pag.87

5(R. Cristiano, intervista a Ingrid Betancourt, pubblicata online su vaticaninsider il 13.09.2017)

6 Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, p. 35 – 36)

7Dal sito www.altrestorie.eu

8Il termine originale greco è hypomonè, che in molti passi del Nuovo Testamento viene tradotto anche con “perseveranza”

9D. Bonhoeffer, Predigt zu Romer 5, 1-5, in DBW 15, ed. Chr. Kaiser, pag.474 (traduzione nostra)

10D. Bonhoeffer, Resistenza e Resa, lettera del 22.12.1943, ed. Queriniana, pag. 235

11Papa Francesco, omelia a S. Marta del 18 settembre 2018, in w2.vatican.va

12M. Buber, i racconti dei chassidim, ed. Guanda, pag.28

13D. Bonhoeffer, La morte di Mosè, in Resistenza e Resa, ed. Queriniana, pag. 557

14D. Bonhoeffer, Dieci anni dopo, in Resistenza e Resa, ed. Queriniana, pag. 28

15 Konspiration und Haft, DBW 16, p.468 (nostra traduzione)

16Illegale Theologenausbildung. Sammelvikariate, DBW 15, p.491 (nostra traduzione)