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Reggio non tace

“Non ho voluto la scorta, perché se hai la scorta non colpiscono te, ma la tua famiglia, tua moglie e i tuoi figli. Io non ho la scorta, così se vogliono possono colpire me e lasciano stare gli altri”. Filippo Cogliandro adesso gestisce un famoso ristorante sul corso principale di Reggio Calabria,ma viene da una famiglia di resistenti.

Suo padre gestiva una stazione di servizio e non ha mai voluto pagare il pizzo alla ‘ndrangheta. Per questo ha subito vari attentati e danneggiamenti. Alla fine gli hanno sparato alle gambe, è rimasto invalido ma se l’è cavata e soprattutto non ha ceduto. Quando il figlio ha aperto un suo ristorante ben presto ci hanno provato anche con lui: non ha pagato ma ha denunciato e fatto arrestare gli estorsori. Per questo anche lui ha subito vari attacchi, ma quello che l’ha messo in ginocchio è stato il fatto che la gente non veniva più a mangiare al suo ristorante. Quand’era sul punto di chiudere tutto, gli hanno offerto la gestione di un locale più importante, in centro, e da lì è ripartito.

Ci hanno portato da lui gli amici di “Reggio non tace” un movimento di cittadinanza attiva, si definiscono loro, nato nel 2010 quando la ‘ndrangheta ha messo una bomba davanti alla Procura della Repubblica di Reggio Calabria e poi un’altra davanti alla casa del Procuratore. A quel punto alcuni cittadini hanno capito che bisognava scendere in piazza, metterci la faccia. Non si poteva più delegare la lotta ai magistrati e alle forze dell’ordine. “La Magistratura non è la chiave che apre tutte le porte” ci dice il sostituto procuratore Stefano Musolino “la lotta alla ‘ndrangheta è una questione culturale”. Richiede la partecipazione di tutti, per non lasciare che quelli che sono tuoi diritti diventino dei favori che devi chiedere alla mafia.

Il diritto di lavorare, di gestire un’attività imprenditoriale, di farti curare, di andare a fare la spesa dove preferisci, di avere una città pulita. Non sono piaceri da chiedere a un potere parallelo a quello dello Stato al quale devi sottometterti, ripagandolo in favori, denaro, compiacenza, omertà. Per difendere questi diritti i cittadini di “Reggio non tace” sono scesi in piazza a sostegno dei giudici, hanno denunciato la corruzione delle amministrazioni pubbliche, hanno sostenuto le vittime della ‘ndrangheta. Come Giuseppe Spinelli, ex professore di agraria che ora a 75 anni suonati fa il contadino difendendo la sua azienda da chi vuol portargliela via: gli hanno incendiato e tagliato gli olivi, distrutto l’agriturismo e perfino la chiesetta che sorgeva lì accanto. Ma lui non demorde e resiste. Se passate da quelle parti andate a mangiare e a dormire da lui: il posto è splendido, il cibo ottimo e contribuirete a sostenere il lavoro onesto contro quello sporco.

Da quelle parti incontriamo anche don Pino de Masi, pioniere della resistenza alla ‘ndrangheta nella piana di Gioia Tauro, a Polistena. Ci fa visitare un palazzo confiscato ai boss, simbolo in passato del loro potere in paese e adesso affidato alla parrocchia che lo impiega in parte per attività sociali a favore di giovani e immigrati e in parte per negozi e bar che possano sviluppare un’economia sana basata sul lavoro e non sull’asservimento al potere della ‘ndrangheta. Lì il giornalista Michele Albanese ci racconta gli intrecci tra ‘ndrangheta, massoneria e destra eversiva che hanno costruito un sistema di potere pervasivo che dura fino ad oggi. “Da settant’anni sono sempre le stesse famiglie che controllano la zona: i Piromalli, i De Stefano, gli Alvaro...”. Ed ora i soldi guadagnati con le attività illecite come l’estorsione, il traffico di armi e il commercio di droga vengono reinvestite nelle aziende del nord Italia, dove siamo più esposti perché meno abituati di loro a resistere a queste infiltrazioni. Anche lui è sotto scorta da anni, a testimonianza del fatto che anche solo raccontare la verità è un tassello decisivo di quella lotta per la giustizia alla quale in Calabria in tanti hanno deciso di partecipare.

Anche solo scendere in piazza mettendo la propria faccia davanti alle telecamere della televisione per solidarietà a un giudice che ha subito minacce o attentati significa schierarsi, uscire dal sistema di connivenze e paura su cui si regge il potere mafioso. E’ una situazione estrema, alla quale qui al nord non siamo abituati, ma con la quale presto o tardi anche noi dovremo fare i conti. Un potere del male soverchiante, minaccioso, capace di distruggerti, davanti al quale sorgono persone meravigliose, capaci di ripartire sempre dopo ogni sconfitta, di costruire e ricostruire il bene, di credere in una libertà che al momento ancora non si vede. “Finché stiamo insieme e siamo in tanti, non c’è da aver paura” ci ripetono continuamente. Nessuno può vincere questo male da solo: tutti hanno bisogno di tutti. I magistrati hanno bisogno di essere difesi dai cittadini, gli imprenditori dai clienti.

Il potere mafioso si basa sul consenso e la connivenza della gente. “Reggio non tace” sta costruendo un altro consenso, si sforza di raccogliere e mettere insieme tutti quelli che cercano di vivere onestamente e non intendono arrendersi. Non bastano singoli eroi, occorre mostrare insieme che una Calabria diversa è possibile. La ‘ndrangheta colpisce qualcuno per intimorire tutti. Soltanto la solidarietà e l’unione fra tutti potranno liberare da questa paura e oppressione collettiva. Alla “protezione” della malavita occorre sostituire il sostegno dato dalle istituzioni dello Stato e dai cittadini organizzati.

Colpisce profondamente come in mezzo a questo male così radicato e pervasivo continui a vivere un bene ancor più indomito e creativo. La fiducia e l’impegno delle persone che incontriamo sono impressionanti: non parlano dei rischi che corrono, non sanno quanto tempo ci vorrà per venirne fuori, ma per loro l’importante è che ognuno faccia la sua parte giorno per giorno, senza darsi per vinto, donando e ricevendo il sostegno degli altri. Queste donne e questi uomini sono come la loro terra: “qui la natura è esuberante” dice il giudice Musolino. La contempliamo nella bellezza del mare, delle rocce a picco, dei boschi dell’Aspromonte, negli ulivi secolari, nello spettacolo dei prati accesi dalla fioritura primaverile. Esuberante è anche la speranza di queste persone, capaci di non arrendersi davanti a un male in apparenza insormontabile, saldato ai poteri economici e politici.

Quando l’aria è particolarmente tersa, nell’acqua dello Stretto si può vedere riflessa la città di Messina: è come se le case apparissero da sotto l’acqua. La chiamano “la Fata Morgana”, è un fenomeno ottico che solo i calabresi possono vedere, dalla parte siciliana non appare. Così a Reggio abbiamo incontrato persone visionarie, che vedono quello che ancora non c’è, una città sott’acqua. Ma che lottano, rischiano, sperano tutte insieme per farla emergere. “E’ stato bello venire qui nel tempo di Pasqua” dice una di noi sulla via del ritorno “e vedere questi segni di Resurrezione”.