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Fuori controllo

Giuseppe sceglie di fidarsi e con questo si lascia portare fuori da ogni sentiero già percorso dalla fede del popolo di Israele, in un terreno completamente inesplorato

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:

Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio:
a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi.

Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù.

1. un terreno inesplorato

Davanti a questa situazione dolorosa, che manda in frantumi tutti i suoi sogni di una vita serena in una famiglia felice, la prima questione che si pone a Giuseppe è: “cosa fare con Maria?”. Egli sceglie una via di buon senso, che segue l’esperienza già fatta da altri e che lui ha sentito raccontare: non può certo mandarla a lapidare, le vuole ancora troppo bene, così sceglie di ripudiarla in segreto, firmando l’atto che la dichiara di nuova libera e dandole la possibilità di rifarsi una vita con un altro uomo. Ognuno per la sua strada. E’ una soluzione sensata, umana. E’ la risposta prevedibile a una situazione imprevedibile.

L’intervento di Dio per mezzo del suo portavoce, l’angelo, gli pone però una nuova questione: “cosa fare col bambino?”. Perché questo bambino “viene dallo Spirito Santo”, viene da Dio. Questa nuova domanda spinge Giuseppe ai limiti della strada già battuta. Egli può rifiutare questa idea e restare convinto che quella di Maria incinta fuori dal matrimonio è una storia sbagliata, immorale, che va contro la legge di Mosè e quindi contro la volontà di Dio. In termini umani ha una sola spiegazione: il tradimento del fidanzamento. Oppure Giuseppe può fidarsi della parola di Dio: quella di Maria è una storia di salvezza, è animata dallo Spirito Santo, è secondo la volontà di Dio.

Giuseppe sceglie di fidarsi e con questo si lascia portare fuori da ogni sentiero già percorso dalla fede del popolo di Israele, in un terreno completamente inesplorato. Donne sterili che alla fine avevano partorito ce n’erano già state molte nella Bibbia, ma non si era mai sentito che partorisse una donna vergine, e che quindi il figlio non venisse da un seme umano ma direttamente dall’azione di Dio.

Cosa sarà questo bambino, dove porterà la sua storia? La spiegazione al momento è sommaria: lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Giuseppe sa cosa vuol dire essere padre di un bambino umano: gli è sufficiente guardare alle altre famiglie che abitano nel suo villaggio. Ma cosa voglia dire essere padre del salvatore, del Messia, del figlio di Dio, questo non può certo saperlo. La situazione sfugge a ogni sua esperienza, a ogni sua conoscenza. Non sa che fare, non può saperlo. Accettare questo bambino nella sua vita significa imboccare una strada senza sapere dove lo porterà.

2. non temere

Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria”. Non temere, gli dice l’angelo. Non temere, perché Dio sa che noi ci spaventiamo quando la situazione ci sfugge di mano, quando sentiamo di non riuscire più a prevedere e quindi a dominare l’andamento della nostra vita.

Noi che abbiamo sempre sottomano le previsioni del tempo e vorremmo avere anche quelle dei terremoti. Noi che teniamo sotto controllo l’andamento delle Borse e della nostra salute. Noi che prima di partire sappiamo già quale strada seguire, quanto tempo ci impiegheremo e quanti autovelox incontreremo. La nostra scienza e la nostra tecnica ci hanno illuso di poter sempre sapere come andranno a finire le cose, di riuscire sempre a controllare la nostra storia. Se ragiono sulle cose e mi comporto di conseguenza i risultati non potranno non arrivare. E invece la vita ci riserva sempre delle sorprese, qualcosa che sfugge alle nostre previsioni e al nostro controllo.

Questo ci spaventa, ci rende insicuri, perché all’improvviso ci rendiamo conto che non riusciamo più a dirigere le cose nella direzione voluta, non sappiamo più come andrà a finire. Entrano in gioco situazioni, persone, eventi che non si lasciano dominare da noi e vanno per conto loro. Per questo oggi forse fatichiamo così tanto a compiere scelte che impegnano il nostro futuro, perché sentiamo che su quello non riusciamo a esercitare il nostro controllo. Il suo sviluppo ci sfugge.

In questo momento ci vogliamo bene, siamo innamorati, ma come essere sicuri che sarà sempre così, come fidarci di mettere la nostra vita nelle mani di un’altra persona che non possiamo mai conoscere fino in fondo? Come poter pensare a un matrimonio per tutta la vita? A guardare i bambini degli altri ci viene anche voglia di diventare genitore, ma poi cominciamo a chiederci: quanto ci costerà? Quali rinunce, quali spese, quali condizionamenti? E poi, in un mondo così complicato e pericoloso, come essere capaci di educare bene un figlio? Come essere sicuri di fargli evitare tutti i rischi che l’infanzia e ancor di più l’adolescenza oggi comportano?

Abbiamo anche noi due possibilità: la prima è quella di cercare in tutti i modi di ristabilire il nostro controllo sulla situazione. Si genera così uno stato di ansia permanente, nel quale rincorriamo tutto ciò che capita nella nostra vita per cercare di farlo andare nel verso giusto, cerchiamo disperatamente di “mettere a posto le cose” in un ordine che la libertà della storia si diverte continuamente a scombinare e confondere. La casa non è mai a posto come vorremmo, il lavoro non è proprio quello fatto per noi, le scelte dei figli non ci soddisfano più di tanto… Non riusciamo a spingere la nostra vita nella direzione tanto desiderata: essa scarta di lato, svolta all’improvviso e ci mette davanti a panorami nuovi e sconosciuti, affascinanti o spaventosi, davanti ai quali restiamo disorientati.

C’è un’altra possibilità: quella semplicemente di rinunciare all’ansia del controllo e accettare di essere ciò che in fondo siamo rimasti, nonostante tutto il potere della nostra tecnica: dei piccoli uomini fragili che percorrono questa terra in balia degli eventi e degli incontri che ci capitano.

Giuseppe sceglie proprio questo: rinuncia ai suoi progetti e ai suoi giudizi accettandoinvece di mettersi in mano a Dio, di lasciarsi condurre dal suo Spirito. Come già aveva fatto Zaccaria, il padre di Giovanni Battista, anche Giuseppe rinuncia al suo diritto di scegliere il nome per il proprio figlio e accetta il nome che Dio gli suggerisce. Accetta di essere spodestato dalla sua autorità paterna, lascia la guida della sua famiglia nelle mani di Dio.

3. la scelta della fede

E’ la scelta della fede: Giuseppe accetta di lasciarsi portare nel terreno inesplorato della storia di Dio. Finché è rimasto all’interno della sua esperienza umana Giuseppe sapeva come comportarsi e che decisioni prendere. Ma qui si tratta di un’esperienza che nessuno ha già fatto, dove ci si può fidare solo di Dio. Giuseppe è chiamato a fidarsi che Dio può rendere ancora bella e felice la sua vita, anche se per una strada del tutto nuova, che egli non conosce e non sa in nessun modo prevedere. Si tratta di mettersi in viaggio senza conoscere bene la meta e tanto meno il percorso da seguire, fidandosi che sarà Dio a indicarglielo, giorno per giorno.

Giuseppe vive nella fede di Abramo che “partì senza sapere dove andava” (Ebrei 11,8), vive nella fede di Gesù che nel momento più difficile della sua storia quando, appeso alla croce, ha perso ogni controllo sulla sua vita e perfino sul suo corpo, ancora riesce ad affidarsi: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Luca 23, 46).

Anche per noi, accettare che Dio entri nella nostra vita significa rinunciare ad avere tutto sotto controllo, rinunciare a prevedere che direzione prenderà la nostra vita e quale sarà il corso degli eventi, il percorso da seguire. Lasciare aperti spazi di incertezza nei quali possa farsi presente la novità portata da Dio.

Se attraverso il mio quartiere a piedi anziché in macchina mi espongo più facilmente agli incontri casuali, a incontrare non solo le persone che “mi servono” o che mi interessano, ma quelle che Dio mi manda. Spesso sono proprio questi incontri fortuiti che aprono rapporti più profondi e con questi nuove vie di salvezza. Aprire la porta di casa ai passanti, fermarsi a chiacchierare con degli sconosciuti ci mette a contatto con qualcosa che non è già scontato, che non è già sistemato nell’archivio del già saputo e del già vissuto. Qualcosa che non conosciamo e che può obbligarci a cambiare i nostri schemi consolidati.

Davanti alla sofferenza e alla morte noi vorremmo trovare “le parole giuste”, ricondurre quel dolore in ragionamenti accettabili che in qualche modo possano spiegarlo. Affidare la nostra vita a Dio significa invece rimanere accanto a chi sta male anche senza sapere cosa dire, anche nella nostra impotenza. Quando finalmente noi taciamo, quando finalmente ci rendiamo conto di non avere sempre la risposta pronta per tutto, allora la nostra vita diventa uno spazio aperto all’azione dello Spirito. Quando ascoltiamo senza saper rispondere, quando rimaniamo accanto alle persone senza sapere come intervenire, lì diventiamo più disponibili ad affidare a Dio quel che viviamo e che patiamo. Gli permettiamo di entrare nella nostra vita per poter raggiungere, attraverso di noi, quella degli altri.

Come avvenne all’inizio, quando Pietro lo ospitò nella sua barca, perché da lì Gesù potesse parlare alla gente.

Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un po’ da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca (Luca 5, 2)

Così anche noi siamo invitati a ospitarlo nella nostra casa, nella nostra vita, perché da lì Gesù possa continuare a parlare agli uomini e alle donne di oggi.

Se la nostra vita è già colma di tutte le nostre attività, programmate per bene in modo che si incastrino con precisione, per farci stare tutto dentro alle nostre giornate, allora non c’è già più spazio per altro. Non c’è spazio per lasciar entrare l’imprevisto di Dio. Se quando un evento inaspettato o un contrattempo vengono a interrompere il flusso concatenato dei nostri impegni noi ci opponiamo a questa interruzione, rifiutiamo di fermarci e difendiamo in tutti i modi la nostra tabella di marcia, rischiamo di escludere la possibilità che Dio intervenga la nostra vita.

Occorre lasciare spazi vuoti nelle nostre giornate, occorre lasciarsi interrompere e deviare dal percorso programmato. Prima di rifiutare ciò che non rientra nella nostra organizzazione, chiediamoci: da dove viene? È soltanto un disturbo, una scocciatura o viene da Dio?

Se rimaniamo inchiodati allo schema di quello che noi abbiamo previsto di fare, di certo troveremo solo noi stessi. Il risultato della nostra organizzazione non sarà altro che la conferma di quanto già siamo e sappiamo. Se invece lasciamo spazio alle occasioni che si presentano, se non rifiutiamo le interruzioni al nostro programma, allora possiamo incontrare qualcosa di nuovo, qualcosa che non siamo noi a fare ma che Dio porta nella nostra vita. Non incontriamo più soltanto noi stessi, ma incontriamo altro, incontriamo l’Altro.

Convertirsi significa cambiare strada, cambiare direzione: lasciamo che i fatti della vita, mossi dallo Spirito di Dio, ci spingano fuori rotta, senza restare abbarbicati al percorso già segnato dal nostro navigatore.

Certamente questo ci inquieta, perché non siamo più noi i padroni della situazione. Dobbiamo sforzarci di comprendere il linguaggio di Dio, i segni indicatori che lui ci manda, dovremo chiedere informazioni a qualche persona che troveremo lungo la strada. Ma accettare questa fatica dell’insicurezza ci dischiude insospettate strade di felicità. Il vero impegno del cristiano non è cercare di prevedere cosa potrà avvenire nella sua vita per non farsi cogliere di sorpresa, ma restare aperto alle sorprese di Dio. Il vero impegno è il discernimento: saper riconoscere tra quanto ci accade che cosa davvero “viene da Dio” così da poterlo lasciarlo entrare e farci condurre da lui.

L’esperienza che più ci avvicina a questa fede è quella della preghiera. Siamo sempre tentati di riempirla di parole, di canti, di gesti. Ma se resistiamo a questo bisogno possiamo invece rimanere semplicemente in silenzio davanti a Dio, rimanere in attesa che sia lui, e non le nostre parole, a riempire il silenzio e a colmare il vuoto. Non dobbiamo essere noi a costruire qualcosa anche lì, sia pure una celebrazione partecipata, emotivamente carica, coinvolgente. La preghiera è prima di tutto e fino in fondo attesa, veglia, spazio aperto offerto al Padre perché lui possa entrare, smuovere i nostri pensieri e i nostri sentimenti. E’ l’invito a fidarci che il silenzio abitato dalla sua presenza è molto più fecondo di tutte le nostre parole. Che in questo spazio di attesa lui si fa presente nel nostro intimo e senza che ce ne accorgiamo subito viene a toccare il nostro cuore, a renderlo più sensibile, tenero e accogliente. E’ lui che viene a sciogliere le nostre durezze e le nostre paure prima ancora che cominciamo ad avvertire la sua compagnia, quando si placa il nostro bisogno di dire e di fare e lasciamo semplicemente uno spazio aperto per lui.

Lasciar fare a Dio non è una banale rassegnazione, non è arrenderci all’inevitabile, perché tanto non si può fare altrimenti. Non è un piatta passività. E’ raggiungere la profonda convinzione che Dio è all’opera, che il suo Spirito si muove tra le persone e gli eventi che abitano la nostra storia. Noi siamo invitati a cercarlo, a desiderarlo con tutto il nostro essere: “con tutto il mio cuore ti cerco” (Salmo 119, 10), a vivere con lui in questa profonda relazione di fiducia che ci porta ad affidarci completamente, nella fede che davvero lui conosce la via che per noi rimane oscura, che è lui a portarci verso la luce. Lasciar fare a Dio è placare il nostro attivismo per vivere nell’attesa e nel desiderio che sia lui ad agire, ad accompagnare a nostra vita. Per vivere nella serena fiducia che lui è già all’opera