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Le tentazioni

Ai nostri orecchi la parola “tentazione” ha subito un significato negativo, minaccioso. Ma nelle Scritture ha un suono più neutro, che si avvicina al nostro “mettere alla prova”. Quando uno scalatore si arrampica su una parete, prima di appoggiare tutto il peso del proprio corpo su di un appiglio, lo mette alla prova con il piede o con la mano, per verificare se può reggere 

DAL VANGELO SECONDO MATTEO 4, 1-11

Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto:

Non di solo pane vivrà l'uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio
».

Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti:

Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo
ed essi ti porteranno sulle loro mani
perché il tuo piede non inciampi in una pietra
».

Gesù gli rispose: «Sta scritto anche:

Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».

Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti:

Il Signore, Dio tuo, adorerai:
a lui solo renderai culto
».

Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano

 

1. Dio ci mette alla prova

Ai nostri orecchi la parola “tentazione” ha subito un significato negativo, minaccioso. Ma nelle Scritture ha un suono più neutro, che si avvicina al nostro “mettere alla prova”. Quando uno scalatore si arrampica su una parete, prima di appoggiare tutto il peso del proprio corpo su di un appiglio, lo mette alla prova con il piede o con la mano, per verificare se può reggere. Quando viene assunto un nuovo lavoratore, è previsto un periodo di prova, nel quale l’azienda può verificare se la persona è affidabile per quell’incarico. Così sembra che anche Dio voglia mettere alla prova i suoi fedeli, per vedere se sono davvero convinti di seguirlo

Figlio, se ti presenti per servire il Signore,
prepàrati alla tentazione.

Abbi un cuore retto e sii costante ,
non ti smarrire nel tempo della prova. (Siracide, 2, 1-2)

E’ quanto accade anche a Gesù: prima di cominciare la sua missione di annunciare e realizzare il Regno di Dio, la presenza di Dio in mezzo agli uomini, dev’essere messo alla prova. Sarà il diavolo a tentarlo, ma è lo Spirito di Dio che lo conduce nel deserto, il luogo tipico della prova. Anche da questi due protagonisti si capisce come la prova non è del tutto negativa: può venire dal diavolo ma anche da Dio.

In cosa consiste questa prova? Tutto il racconto di Matteo ha sullo sfondo il libro del Deuteronomio: da lì vengono le tre citazioni con le quali Gesù risponde al tentatore. Il Deuteronomio rilegge l’esperienza del popolo d’Israele in cammino nel deserto verso la Terra Promessa, approfondendone il senso. Quel cammino è servito a fondare la fede di Israele, a capire che tipo di relazione Dio cerca di vivere con noi. E in quel cammino fondamentale è stata proprio l’esperienza della prova, che Israele ha attraversato più volte.

Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi. (Deuteronomio 8,2)

La prova serve a svelare ciò che c’è nel cuore dell’uomo. L’appiglio sulla roccia può sembrare solido, ma rivelarsi poi friabile e farci cadere, un lavoratore può fare all’apparenza una buona impressione, ma alla prova dei fatti rivelarsi poi inadatto. Così l’uomo può affermare di credere, di essere cristiano, ma Dio vuole portare alla luce quelli che sono le nostre convinzioni profonde, i nostri desideri nascosti: ci fidiamo veramente di lui? Cerchiamo davvero lui e il suo amore?

Non sono le parole o il modo di presentarsi che rivelano il cuore di una persona, ma gli eventi della vita, e in particolare le prove, le esperienze più difficile, lì dove emerge “quello che sei veramente”. Le Scritture usano l’immagine del fuoco che permette di liberare l’oro dagli altri minerali di scarto

Accetta quanto ti capita
e sii paziente nelle vicende dolorose,
perché l'oro si prova con il fuoco
e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore. (Siracide, 2, 4-5)

Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po' di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell'oro - destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco - torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà (1 lettera di Pietro 1, 6-7)

Nelle esperienze più difficili siamo come messi a nudo: perdiamo le nostre difese abituali dietro alle quali possiamo nasconderci o mascherarci e mostriamo il nostro vero volto, quello che a volte noi stessi non conosciamo fino in fondo.

E’ facile essere gentili e accoglienti quando gli altri lo sono nei nostri confronti. Ma è quando invece veniamo maltrattati che si capisce davvero se siamo uomini di pace o se anche in noi si accende la rabbia e la violenza. E’ facile aiutare i poveri donando quello che a noi non serve, ma è quando invece noi stessi abbiamo poco che si comprende quanto il nostro cuore sia davvero disposto a condividere con gli altri. E’ facile lasciare spazio agli altri quando non ci costa nulla: ma è quando dobbiamo rinunciare a qualche vantaggio che emerge la nostra vera disponibilità a farci da parte. Un giovane del Burkina Faso lavorava in un’azienda che rigenerava pneumatici da camion. Era un lavoro faticoso e sporco, che lo faceva diventare più nero di quel che già era. Siccome era un ragazzo sveglio, a un certo punto il capo gli ha proposto di passare dal lavoro diretto sulle gomme al computer che analizzava i pneumatici per diagnosticare che tipo di intervento era necessario. Un lavoro ben diverso, pulito e di responsabilità. Ma lui rispose, indicando un collega anche lui del Burkina: “no grazie, chiedi prima a lui. Lui è più vecchio di me”.

Nelle Scritture sono due le esperienze tipiche in cui il credente viene messo alla prova. La prima è quella del deserto: quando le cose vanno male, quando non c’è la sicurezza di trovare da mangiare e da bere, quando la strada è incerta e non sappiamo come arrivare al domani, c’è la tentazione di ribellarsi a Dio e di perdere la fiducia in lui.

Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che l'uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Il tuo mantello non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant'anni. Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore, tuo Dio, corregge te. (Deuteronomio 8, 3-5)

L’altra è quella della Terra Promessa, della città: il benessere illude l’uomo di essere autosufficiente e di poter fare a meno di Dio, che viene dimenticato perché ormai superfluo.

Quando avrai mangiato e ti sarai saziato, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato, quando avrai visto il tuo bestiame grosso e minuto moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro e abbondare ogni tua cosa, il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz'acqua; che ha fatto sgorgare per te l'acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire.
Guàrdati dunque dal dire nel tuo cuore: «La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze». Ricòrdati invece del Signore, tuo Dio, perché egli ti dà la forza per acquistare ricchezze, al fine di mantenere, come fa oggi, l'alleanza che ha giurato ai tuoi padri. (Deuteronomio 8, 12-18)

Così il credente prega chiedendo a Dio di tenerlo lontano da entrambe le tentazioni

non darmi né povertà né ricchezza,
ma fammi avere il mio pezzo di pane,
perché, una volta sazio, io non ti rinneghi
e dica: «Chi è il Signore?»,
oppure, ridotto all'indigenza, non rubi
e abusi del nome del mio Dio. (Proverbi 30, 8-9)

Ma tutte le tentazioni hanno sempre un unico scopo: quello di separare il credente da Dio, quello di minare la nostra fiducia in lui, di portarci a vivere senza di lui. In questo senso il tentatore è il diavolo: questa parola in greco significa “divisore”, colui che vuole dividerci da Dio, spezzare la relazione di fiducia che ci lega a lui.

Così le tentazioni di Gesù ci aiutano a riconoscere le nostre tentazioni, le occasioni in cui anche noi rischiamo di staccarci dal Padre e di andare per la nostra strada, contando solo sulle nostre forze.

2. che cosa cerchiamo?

La prima tentazione che Gesù affronta è quella del cibo. Che cosa cerchiamo davvero per la nostra vita? Che cosa sentiamo necessario per vivere?

Il tentatore pone davanti un bene importante: il pane da mangiare di per sé non è malvagio, non ci allontana da Dio. La tentazione normalmente non cerca di allontanarci da Dio proponendoci cose o gesti cattivi: sarebbe troppo facile riconoscere il tranello. Abbiamo bisogno di preghiera e discernimento invece proprio perché il tentatore ci presenta qualcosa di buono, che però quando è vissuto male diventa un’alternativa alla fede in Dio. Non c’è nulla di male nel cercare di procurarsi il pane da mangiare. Eppure quando questo scarseggia, scopriamo nel nostro cuore il germe della sfiducia

Dire che Dio, la fede, l’amore sono la cosa più importante è facile quando c’è già tutto il resto. Quando cominciano a mancare i beni essenziali il nostro cuore è scosso: il cibo, l’acqua, le medicine, la casa. E’ in queste situazioni che comprendiamo se davvero il nostro cuore cerca Dio sopra ogni cosa, se è lui il nostro amore più grande. Quando Dio sembra non occuparsi più di noi e della nostra vita, la tentazione è quella di abbandonarlo per dare una risposta più efficace ai nostri bisogni. Ascoltiamo con piacere le parole di Gesù sugli uccelli del cielo e sui gigli del campo che non lavorano eppure hanno da mangiare e da vestire perché Dio si prende cura di loro. Sono immagini che ci affascinano finché noi abbiamo da mangiare e da vestire, ma quando ci troviamo in ristrettezze, quando il conto in banca comincia a scendere, non siamo più capaci di credere alle parole di Gesù

E voi, non state a domandarvi che cosa mangerete e berrete, e non state in ansia: di tutte queste cose vanno in cerca i pagani di questo mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate piuttosto il suo regno, e queste cose vi saranno date in aggiunta. (Luca 12, 29-31)

Capita anche a noi proprio di lasciarci prendere dall’ansia: il nostro cuore è invaso dalla preoccupazione di come fare per avere i soldi per vivere e non c’è più posto per altri desideri, tanto meno per il Regno di Dio.

La risposta di Gesù al tentatore ci mostra come il suo cuore rimane comunque rivolto al Padre, come la sua fame di Dio è profonda e vera e rimane forte anche quando incalzano gli altri bisogni umani di mangiare e bere.

Non di solo pane vivrà l’uomo
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Deuteronomio 8,3)

Così il digiuno con cui iniziamo la Quaresima serve a dirci che possiamo anche stare senza mangiare, ma non possiamo stare senza pregare, senza ascoltare Dio. E’ questo che testimonia, prima di tutto a noi stessi, che la fame di Dio è più intensa che la fame di cibo. Se la preoccupazione per il domani, per come trovare da vivere, prende il sopravvento, non ci fa più sentire il bisogno di cercare Dio, di nutrirci del suo silenzio e della sua Parola e finisce con l’allontanarci da lui.

3. la prova della fiducia

La seconda tentazione di Gesù è direttamente rivolta al rapporto con Dio. Anche qui in apparenza la proposta sembra buona: che male c’è a credere che Dio ti salverà, se ti butti giù dal pinnacolo del tempio? c’è scritto anche nella Bibbia

 Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo
ed essi ti porteranno sulle loro mani
perché il tuo piede non inciampi in una pietra
» (Salmo 91, 11-12)

Ma la risposta di Gesù, ancora una volta tratta dal Deuteronomio, smaschera la tentazione:

Non metterai alla prova il Signore Dio tuo (Deuteronomio 6,16)

Aspettarci da Dio un miracolo significa sfidarlo, metterlo alla prova. La fede, come l’amore, si fida, non pretende prove. E’ mossa dalla fiducia in Dio, dal desiderio di vivere con lui, non dall’aspettarsi qualcosa in cambio. La parola del Deuteronomio fa riferimento a un testo ancora più antico, che racconta una delle prime prove che il popolo d’Israele è chiamato ad affrontare nel deserto.

Tutta la comunità degli Israeliti levò le tende dal deserto di Sin, camminando di tappa in tappa, secondo l'ordine del Signore, e si accampò a Refidìm. Ma non c'era acqua da bere per il popolo. Il popolo protestò contro Mosè: «Dateci acqua da bere!». Mosè disse loro: «Perché protestate con me? Perché mettete alla prova il Signore?». In quel luogo il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall'Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?». Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!». Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d'Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va'! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull'Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà». Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d'Israele. E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?». (Esodo 17, 1-7)

Le parti si sono invertite: l’uomo non accetta più che Dio lo metta alla prova per saggiare il suo cuore, per vedere se la sua fede è sincera. E’ l’uomo invece che pretende di mettere alla prova Dio per verificare se è affidabile, se ci si può fidare di lui. Riconosciamo facilmente la nostra tentazione di uomini moderni, per i quali la fede in Dio non è più scontata, non è più naturale. Il rapporto con Dio va cercato, va costruito. Ma non nel senso di vedere se ne vale la pena, non nel senso di cercare delle prove che lui c’è e si prende cura di noi. Questo è un vicolo cieco che non porta da nessuna parte.

Il primo passo della fede non sono le prove che chiediamo a Dio, ma la fiducia del nostro cuore che si affida a lui. I tempi difficili della vita non vengono per mettere alla prova Dio, per farci vedere se lui riesce ad intervenire e risolvere i nostri problemi. Vengono invece per mettere alla prova noi, per vedere quanto la nostra fede è libera dal bisogno di prove, dimostrazioni, vantaggi e ricompense, e riesce ad essere un gratuito affidarci al Padre, così come è stato per Gesù, fin sulla croce. Senza chiedere nulla in cambio. Chiedere delle prove significa non fidarci fino in fondo. E per chi non si fida nessuna prova sarà mai sufficiente, ce ne vorrà sempre un’altra e poi un’altra ancora.

Vennero i farisei e si misero a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. Ma egli sospirò profondamente e disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno» (Marco 8, 11-12)

Chiedere un segno, mettere alla prova Dio significa lasciare che si insinui il dubbio nel nostro cuore, la diffidenza. Cominciamo a sospettare di Dio, a pensare che non possiamo fidarci di lui. E’ un tarlo che corrode la fede e alla fine la svuota.

Al contrario, le prove della vita non sono il momento in cui Dio deve intervenire per tirarci fuori dai guai. Sono il momento in cui la nostra fede è chiamata ad essere più libera e profonda, in cui siamo chiamati ad affidarci totalmente a Dio. Quando non vediamo vie d’uscita, siamo invitati a non pretendere che Dio ce ne mostri una, ma a fidarci che lui comunque ci condurrà fuori

anche se vado per una valle oscura
non temo alcun male, perché tu sei con me (Salmo 23,4)
 

La pace non viene al credente perché egli sa dove sta andando e quindi ha la situazione sotto controllo. Al contrario, si trova in una valle oscura, in cui non si può vedere nulla. La pace gli viene perché sa che non è solo, riconosce la presenza di Dio che lo accompagna. Dove, lui non lo sa, ma sa che Dio gli è Padre e può fidarsi di lui, lasciarsi condurre da lui. La fiducia non gli viene da quello che Dio sta facendo, ma dal puro fatto che lui c’è e sta camminando insieme a lui. Solo questa è la risposta.

Quando mi sono trovato in mezzo al mare, non ho avuto più paura perché ho pensato che se Dio vuole che io muoia là nel mare, non c’è problema… va bene così, è giusto così. Nel cuore avevo la pace, non avevo più paura. Non avevo paura perché sarei morto per un motivo. Se fossi rimasto a casa non avrei potuto fare niente per mia mamma che è malata e ha bisogno di medicine. Ma così se muoio, muoio per la mia mamma. Durante i quattro giorni non c’era da bere né da mangiare e splendeva il sole, in mezzo al mare Mediterraneo. Ma non sentivo fame e sete perché quando sei concentrato solo sul restare vivo, non senti nient’altro. Pensi solo a Dio (N. Ferrara, A casa nostra, EMI, pag.55)

4. la tentazione del potere

La terza tentazione è quella che non nasce dalla povertà, ma dall’abbondanza. Non è la prova che si incontra nel deserto, ma nella Terra Promessa, nella città. A Gesù ora non manca qualcosa, ma piuttosto ha a portata di mano un’opportunità grandiosa, quella del potere.

Per portare il regno di Dio in mezzo agli uomini, per costruire la pace e la libertà, non sarebbe stata una buona soluzione impadronirsi del regno di Erode o meglio ancora dell’impero di Roma, e dirigere la storia nella direzione voluta da Dio? Questa è una tentazione subdola che accompagnerà la missione di Gesù anche dopo la resurrezione

Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?» (Atti 1, 6)

E’ la tentazione che ha accompagnato la vita della Chiesa, almeno da Costantino (IV secolo) in poi: usare del potere del mondo, delle ricchezze, della politica, degli eserciti, per costruire il regno di Dio: a fin di bene.

Oggi che la fede è in crisi, come possiamo recuperare il terreno perduto? Abbiamo bisogno di essere più presenti su Facebook e in televisione, o forse avere più scuole o asili, oppure avere più preti e suore, o magari usare di più la psicologia per riuscire ad andare incontro ai bisogni delle persone, oppure moltiplicare i progetti di solidarietà che alla gente piace tanto vedere, specialmente a Natale.

La nostra società ricca mette a nostra disposizione un’infinità di mezzi: abbiamo i soldi, abbiamo Internet, abbiamo le nostre conoscenze, le nostre competenze professionali con le quali siamo abituati a risolvere i problemi che la vita quotidiana ci presenta. La tentazione è credere che la soluzione stia qui, nelle nostre capacità. La tentazione è soprattutto quella di sentirci potenti, capaci di dominare le situazioni. Nel Deuteronomio Mosè dice al popolo che Dio l’ha portato nel deserto “per umiliarti e metterti alla prova”. E’ l’umiltà che ci salva, quando ci riconosciamo piccoli e quindi affidati alla forza di Dio. Sentirci grandi invece ci illude di non aver bisogno di Dio, di poterci salvare da soli.

Anche in famiglia, possiamo essere tentati di comandare sugli altri: se si fa come dico io, le cose andranno per il meglio. “A fin di bene”: è una tentazione tremenda, che ci porta a giustificare il fatto di imporre la nostra volontà su quella degli altri, a sentirci noi i salvatori. Tutte le rivoluzioni sono nate per portare il bene al popolo. Ma quel bene imposto con la forza è poi diventato spesso una dittatura oppressiva. Il potere in fondo non cerca che se stesso, è contento di sentirsi al centro dell’attenzione: sono io che so, che sistemo le cose, che aiuto gli altri, che risolvo i problemi.

Nel racconto evangelico cercare il potere significa prostrarsi al diavolo, adorare lui. Il desiderio del potere viene dal diavolo, perché ci illude di poter prendere il posto di Dio, di salvare noi il mondo al posto suo. Umiltà è riconoscere che al centro ci può stare solo Dio: è lui che agisce, che salva, qualche volta anche attraverso di noi.

L'anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l'umiltà della sua serva.
D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente
e Santo è il suo nome; (Luca 1, 46-48)

E’ l’umiltà di Maria, non la sua grandezza, che permette a Dio di prendere dimora in lei. E Maria lo riconosce, dicendo che è stato lui a operare grandi cose, non se ne fa nessun merito.

Essere umili e poveri non significa disprezzare i beni di questo mondo, predicare un masochismo che abbatte l’uomo per esaltare Dio. I cristiani sono chiamati ad essere poveri perché la ricchezza e il potere occupano lo spazio che è riservato a Dio, diventano degli idoli che usurpano il suo posto. L’umiltà e la povertà al contrario si fanno da parte, lasciano lo spazio libero alla sua azione, non dicono “faccio io” ma credono profondamente che sia lui ad agire, a condurre la storia. Cristo sceglie per la sua missione dei mezzi poveri, rifiuta gli eserciti, rifiuta i miracoli su ordinazione per fare colpo sulle folle, sceglie l’impotenza della croce non perché è debole, ma perché crede all’onnipotenza del Padre. Gesù rinuncia a difendersi con la forza degli uomini perché la sua vita povera possa testimoniare con la maggiore chiarezza possibile che tutta la sua forza viene dal Padre.

La Chiesa è invitata a seguirlo su questa strada, a non escogitare tattiche umane per attirare la gente, per aumentare di numero e di potere, ma ad accettare la propria povertà non come una disgrazia ma come il luogo migliore in cui può agire l’unica vera potenza, quella di Dio

Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera delle tre del pomeriggio. Qui di solito veniva portato un uomo, storpio fin dalla nascita; lo ponevano ogni giorno presso la porta del tempio detta Bella, per chiedere l'elemosina a coloro che entravano nel tempio. Costui, vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, li pregava per avere un'elemosina. Allora, fissando lo sguardo su di lui, Pietro insieme a Giovanni disse: «Guarda verso di noi». Ed egli si volse a guardarli, sperando di ricevere da loro qualche cosa. Pietro gli disse: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!» (Atti 3, 1-6)

Quando i cristiani possono dire in tutta sincerità “non possiedo né oro né argento” allora anche l’invocazione del nome di Gesù diventa autentica e lascia spazio all’opera della sua salvezza.

5. il discernimento alla luce della Parola

Ad ogni tentazione del diavolo Gesù non risponde con le proprie parole, ma con le parole della Scrittura. Proprio perché la tentazione si riveste di un’apparenza buona, non è sufficiente a smascherarla il nostro buon senso. Qualunque cosa, anche la più santa, può diventare un’alternativa alla fiducia in Dio. Perfino la liturgia, se diventa la cosa più importante della vita, rinchiude il cristiano in una pratica fine a se stessa, che si compiace della propria bellezza, ma che non fa più incontrare Dio. Perfino il matrimonio, se cerca soltanto all’interno della famiglia e del rapporto di coppia la perfezione dell’amore finisce con il soffocare. Tutto può diventare un idolo, prendendo il posto di Dio.

Per accorgerci di questo l’unica luce possibile è quella che ci viene data dalla Parola di Dio. Qual è la mia tentazione? Che cosa nella mia vita tende a minare la mia fede separandomi dal Padre? Non arriverò a riconoscerlo facendo il conto delle mie opere, buone e cattive. La questione è più profonda, non riguarda soltanto che cosa faccio, ma l’intenzione e il coinvolgimento con cui lo faccio.

Non si tratta banalmente di distinguere un comportamento buono da uno cattivo, ma più seriamente di discernere quello che mi suggerisce lo Spirito di Dio da quello che mi suggerisce lo spirito del male. Solo il confronto costante con la vita di Gesù, con le sue scelte raccontate dal Vangelo, ci consente di imparare a fare questa distinzione.

Un esempio per tutti: spontaneamente ci viene da pensare che essere in tanti sia meglio che essere in pochi. Una Chiesa che perde fedeli, che diminuisce di numero sembra una Chiesa in difficoltà. Eppure Gesù sembra essere preoccupato del contrario

Una folla numerosa andava con lui. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. (Luca 14, 25-27)

Gesù sembra voler scoraggiare chi lo sta seguendo, o meglio vuole metterli alla prova. Non è contento perché in tanti gli vanno dietro: quel che conta per lui è che siano convinti, disposti ad andare fino in fondo. Perché la forza di Dio non si fonda sui numeri degli uomini, ma sulla radicalità della fede. Questo atteggiamento di Gesù riprende l’esperienza di Davide, al quale viene rimproverato duramente il grave peccato di aver voluto fare il censimento del popolo (2 Samuele 24). In questo modo egli aveva spostato la sua fiducia dalla forza di Dio alla potenza del suo esercito. Prima ancora era stato Gedeone (Giudici 7) a vedersi progressivamente ridotto il numero dei suoi soldati da parte di Dio, in modo che poi risultasse chiaro che la vittoria sull’esercito di Madian non era dipesa dalla forza del popolo d’Israele ma da quella del suo Dio.

Il male ha una sua logica subdola: attira l’uomo attraverso un bene per poi rovinarglielo addosso. Le creature, il cibo, l’acqua, le piante e gli animali, la sessualità umana, la scienza e la tecnica, il lavoro, la Chiesa, la liturgia, la carità, tutto è bene ma tutto anche ci può affascinare fino al punto di farne un assoluto e investire lì tutte le nostre energie al punto da dimenticare Dio e distruggere così il bene che volevamo conquistare. Per rispondere a questa logica del male che si presenta sotto mille travestimenti c’è bisogno di un anticorpo all’altezza. E’ la parola del Vangelo che attraverso il modo di fare di Gesù ci mostra in azione lo Spirito di Dio, che respinge ogni forma di pubblicità, di ambizione, di successo. Che relativizza tutto, anche la Legge di Mosè, per lasciare spazio all’unico assoluto che è Dio e all’uomo, sua immagine.

Questa parola può aiutare ciascuno di noi a far luce sulle sue tentazioni.

Ci sarà chi è preso dalla preoccupazione per la vita: il denaro, la casa, la salute, il lavoro. Ci sarà chi è preso da una mentalità razionale e critica che gli impedisce di fidarsi di Dio e alla lunga anche degli altri. Ci sarà chi è preso dal bisogno di apparire, di avere successo, di conquistare un posto di rilievo tra gli uomini. Come distinguere tra un sano impegno nella vita, nel lavoro, nella Chiesa o nella politica, da una subdola ricerca di noi stessi attraverso quell’impegno? La domanda fondamentale da farci non è se una nostra azione è buona o cattiva, ma piuttosto: è questo che Dio mi chiede, è questo che mi avvicina a lui, che fa crescere la mia fiducia in lui? Oppure sta prendendo il suo posto e comincia ad emarginarlo dalla mia vita?