La luce della famiglia

pdf-iconL’amore degli sposi è fatto non per difendere se stesso, ma per essere stabile, accogliente e fecondo. "Voi siete la luce del mondo"...

Mt 5, 14-16
“Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”. (Mt 5, 14-16)

Una volta mi è capitato di ascoltare questo Vangelo in una situazione molto particolare. Ero in Brasile ed insieme a un missionario eravamo andati a celebrare la Messa in una cappella dispersa in una zona rurale dove non arrivava la corrente elettrica. Era sera ed era ormai buio, e perché la gente potesse arrivare per i sentieri attraverso le colline avevano acceso un lume a petrolio nella cappella. Nell’oscurità generale, quel piccolo lume si vedeva anche molto da lontano e lentamente le famiglie della zona spuntavano dal buio arrivando nel piccolo fascio di luce della cappella.
Il Vangelo del giorno era proprio questo, e non è stato molto difficile spiegarne il significato. La luce di natura sua illumina, basta non nasconderla, non soffocarla, e lei svolge il suo compito. La luce che è Cristo, che lui ha acceso tra noi ed ora ha messo in mano a noi e alle nostre famiglie.
Non credo serva dire ciò che la famiglia oggi “dovrebbe” fare, attribuirle nuovi incarichi e caricarla di altri impegni. E’ più che sufficiente raccontare ciò che la famiglia è già, di quale luce è portatrice nella chiesa e nel mondo, per non nascondere questa luce e consentirle di illuminare la  nostra vita.
    
1. POVERTA' E RICCHEZZA DI RELAZIONI
Da un lato la famiglia di oggi mostra un grande bisogno di relazioni, perché spesso si trova ad essere isolata. La famiglia “nucleare”, ridotta all’osso, composta di padre, madre e qualche figlio, è un’invenzione recente nella storia dell’umanità. Nelle società tradizionali la famiglia aveva sempre vissuto in un ambiente allargato capace di sostenerla nei momenti delicati della sua esistenza, come la nascita e l’educazione dei figli e le difficoltà economiche. Era la famiglia patriarcale delle nostre campagne, il villaggio africano, il clan, la tribù, il campo nomadi o qualunque altra forma di questo genere. Ora la coppia di sposi si trova invece a dover fronteggiare da sola tutti gli impegni relativi al mantenimento economico, alla crescita e all’educazione dei figli e questo come sappiamo genera spesso fatiche e tensioni nella coppia.
Ma le cause di queste tensioni non vanno trovate solo dentro la coppia stessa, risolvendo tutto col dire che gli sposi di oggi non sanno più sopportarsi e andare d’accordo. E’ anche il peso che è stato messo sulle loro spalle che è troppo pesante perché possano portarlo. Se gli ingegneri costruiscono un ponte che può portare un carico di 20 tonnellate e poi ne fai passare 100 non è colpa del ponte se questo poi crolla. La famiglia non era stata pensata da Dio per vivere isolata, come oggi spesso accade.
D’altro canto, la famiglia rimane nonostante tutto un centro che attira le relazioni. Una persona che vive da sola, due fidanzati o due sposi anziani rimasti soli vivono normalmente di relazioni già consolidate, che provengono dal loro passato. Una famiglia è invece naturalmente portata a creare relazioni nuove, con le famiglie dei compagni di scuola dei figli, con le famiglie che incontra nella via dove abita o al parco dove giocano i bambini, con le altre famiglie della parrocchia e così via. Una famiglia con figli è sempre un segno di speranza per gli anziani che la avvicinano e può diventare un luogo di sostegno e aiuto anche per loro. I figli portano naturalmente i genitori ad allargare la cerchia dei propri interessi e a sentirsi più responsabili della comunità nella quale i loro figli vivono e crescono. E in questa comunità intrecciano le loro relazioni di amicizia ed aiuto.

Questo moltiplicarsi di relazioni fa già parte della visione cristiana del matrimonio come segno dell’amore di Dio. Un amore che è aperto a ogni  uomo, desidera raggiungere ogni persona, così come ha mostrato Gesù nella sua vita spesa a cercare le persone più lontane e ai margini della sua società, perché tutti sapessero di avere un posto nel cuore di Dio.
Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto?” Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. (Giovanni 14, 1-3)

Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu Padre sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato (Gv 17, 20-21)
La famosa icona della Trinità di A. Rublev raffigura così questo amore di Dio aperto sul mondo: le tre persone della Trinità siedono ai lati di un tavolo quadrato, così che un lato rimane libero, il lato di chi guarda. Quel posto libero è il posto dell’uomo, di ogni uomo che sta di fronte a Dio, invitato al banchetto delle nozze eterne tra Dio e l’umanità sua sposa. Così l’amore vero. L’amore di Dio, non può restare chiuso in sé a godere di se stesso, ma si apre naturalmente per coinvolgere altri nella sua gioia.
Così Dio creando l’uomo maschio e femmina ha pensato che proprio nel punto massimo dell’amore tra l’uomo e la donna, lì dove nell’unione sessuale più si avvicinano a diventare una carne sola, proprio da lì potesse nascere una nuova vita chiamata a partecipare alla gioia di quell’amore. E’ proprio nella natura della persona umana e del suo corpo che più l’uomo e la donna si avvicinano l’uno all’altra, più le loro due vite diventano capaci di generare altra vita. L’intensità dell’amore tra gli sposi e il bene che essi ne ricevono non va contro la loro apertura a donarlo anche ad altri, ma anzi ne è la fonte inesauribile. Questo almeno era il disegno di Dio quando ha creato l’uomo e la donna. Poi sopravvengono ad ostacolarlo tutte le nostre chiusure ed egoismi, ma resta il fatto che la famiglia, già a partire dal suo nucleo più intimo e originario che è l’amore tra i due sposi, può essere creatrice di nuove relazioni.
Anche in questo il matrimonio è immagine dell’amore di Dio. Non solo quindi per la profondità della comunione a cui i due sposi tendono fra di loro, ma anche per la fecondità di vita che nasce da questa comunione, per le relazioni che si sprigionano e si moltiplicano attorno a queste due persone che si amano e scelgono di vivere insieme. Così come il Padre non ha tenuto per sé il Figlio, per crogiolarsi nella gioia di un amore reciproco, ma lo ha mandato nel mondo perché ogni uomo potesse incontrare in Gesù l’amore di Dio e sentirsi invitato a partecipare a questa festa.

2. LE RELAZIONI PER IL MONDO E PER LA CHIESA
La luce che la famiglia porta è quindi la luce delle relazioni. Questo costruisce la Chiesa non tanto nel senso di un’organizzazione quanto nel senso di una comunità. Un’organizzazione è pensata per realizzare delle attività, un lavoro, e spesso la Chiesa appare proprio come un insieme di gruppi che si danno da fare, che organizzano incontri, feste, opere di solidarietà. Per quanto buono possa essere, tutto questo lavorio dà però a volte alla Chiesa il volto di un’azienda, dove le persone valgono per quello che sanno fare, per l’impegno che riescono a dare per le imprese comuni.
Anche la famiglia rischia sempre di essere travolta dalle cose da fare: il lavoro dei genitori, la casa da mantenere e spesso da pagare, la cura dei figli, le loro svariate attività da seguire e sostenere. Ma gli sposi conoscono bene il rischio di ridursi ad essere una sorta di cooperativa dove insieme si tira la carretta. Sanno che invece occorre continuamente rinnovare il gusto di stare insieme non solo per le cose da fare, ma per la gioia di condividere, non tanto per il fare quanto per il fare insieme. Occorre tornare sempre a riscoprire lo sposo, la sposa e i figli non solo per quello che sanno fare, ma per quello che sanno essere, per la ricchezza della loro persona e per la gioia che la loro semplice presenza ci porta.
Così anche all’interno della Chiesa la famiglia ha il dono di correggere la tentazione aziendale e la stimola a diventare essere non tanto un’organizzazione quanto una comunità, che vive, più che dell’impegno delle persone, della loro amicizia e della loro capacità di mettere insieme storie diverse. Così come il matrimonio mette insieme la differenza più grande, quella tra uomo e donna
La conclusione della lettera di Paolo ai cristiani di Roma mostra qual era l’immagine che egli aveva della loro comunità cristiana
Vi raccomando Febe, nostra sorella, diaconessa della Chiesa di Cencre: ricevetela nel Signore, come si conviene ai credenti, e assistetela in qualunque cosa abbia bisogno; anch'essa infatti ha protetto molti, e anche me stesso.
 Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù; per salvarmi la vita essi hanno rischiato la loro testa, e ad essi non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese dei Gentili; salutate anche la comunità che si riunisce nella loro casa.
 Salutate il mio caro Epèneto, primizia dell'Asia per Cristo. Salutate Maria, che ha faticato molto per voi. Salutate Andronìco e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia; sono degli apostoli insigni che erano in Cristo gia prima di me. Salutate Ampliato, mio diletto nel Signore. Salutate Urbano, nostro collaboratore in Cristo, e il mio caro Stachi. Salutate Apelle che ha dato buona prova in Cristo. Salutate i familiari di Aristòbulo. Salutate Erodione, mio parente. Salutate quelli della casa di Narcìso che sono nel Signore. Salutate Trifèna e Trifòsa che hanno lavorato per il Signore. Salutate la carissima Pèrside che ha lavorato per il Signore. Salutate Rufo, questo eletto nel Signore, e la madre sua che è anche mia. Salutate Asìncrito, Flegonte, Erme, Pàtroba, Erma e i fratelli che sono con loro. Salutate Filòlogo e Giulia, Nèreo e sua sorella e Olimpas e tutti i credenti che sono con loro. (Rm 16, 1-15)
La Chiesa di Roma appare qui come un insieme di volti, di relazioni di fiducia e di affetto nate da esperienze vissute insieme. E’ proprio attraverso questo volto familiare che essa adempie alla missione che le ha dato Cristo
da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri (Gv 13, 34)
E’ in questo modo che la Chiesa può far percepire al mondo qualcosa della presenza di Dio. Non con l’organizzare iniziative e attività, non col riempire le chiese e le piazze, non con il far sentire con forza la sua voce nella battaglia politica. Tutto questo può servire, ma solo se porta a dar vita a una comunità di amici e amiche, di fratelli e sorelle. E’ la qualità delle relazioni tra i cristiani che racconta della presenza di Dio tra di loro, non la quantità delle loro opere.

E’ forse anche ciò che il mondo di oggi si aspetta da noi. La nostra società non ha più bisogno che la Chiesa faccia tante cose. Si è ben organizzata per arrangiarsi anche senza cristiani. Scuole, ospedali, campi da calcio, cinema: tante cose che un tempo faceva la Chiesa adesso le fa lo Stato o i privati cittadini. Ma in questo mondo organizzato, carico di lavoro e di servizi, rimane invece un grande bisogno di relazioni. Per mantenere il nostro benessere materiale la vita si è complicata a dismisura e ha finito con l’isolare le persone e le famiglie le une dalle altre. Il sostegno e i servizi che una volta la famiglia trovava nelle relazioni che la circondavano, adesso deve pagarseli col proprio lavoro: l’assistenza agli anziani nelle case di riposo o con le badanti, la cura dei bambini negli asili nido o con le baby sitter, la protezione del futuro nelle assicurazioni e  nei fondi pensione, gli avvocati per risolvere i conflitti tra le persone.
Tutto questo costa e chiede lavoro per guadagnare i soldi per pagarlo. Lavoro che a sua volta toglie tempo alle relazioni e alla cura delle persone con le quali si vorrebbe vivere, finendo in un circolo vizioso dal quale a volte si ha l’impressione di non saper come uscire. La stessa crisi economica che stiamo vivendo ci mostra che l’economia e quindi il benessere della società non possono fondarsi soltanto sul lavoro e sulla finanza, ma più profondamente si basano sulla fiducia tra le persone. Se questa viene a mancare, come nel caso dei tanti investimenti ingannevoli proposti dalle banche, tutto si ferma.
Lentamente stiamo tornando a capire che il tempo dato semplicemente per stare con le persone che ci vogliono bene non è un tempo “perso”, infruttuoso e improduttivo ai fini del calcolo del PIL, l’onnipresente indicatore della nostra presunta felicità. Man mano che le relazioni si impoveriscono, è come se si seccassero le radici dalle quali cresce poi tutta la vita della società, anche quella economica. Se invece le relazioni tra le persone e in particolare quelle all’interno della famiglie si ravvivano, è come se una linfa buona tornasse a scorrere nel corpo della società. E questo bene previene il ricorso (a pagamento) ai tanti meccanici che poi devono provvedere a riparare i guasti che ci provochiamo con le nostre mani: medici, psicologi, psichiatri, avvocati.

La famiglia di un tempo restava unita anche per necessità economica: da sola senza marito la donna non avrebbe saputo di che vivere, e in una società contadina la famiglia numerosa era un bene perché provvedeva alle braccia necessarie per il lavoro dei campi, prima ancora che perché donasse una ricchezza di relazioni. Ma oggi la durata della famiglia dipende unicamente dalla qualità delle relazioni che riesce a vivere. Gli sposi restano insieme solo se riescano a far vivere la loro relazione, ad approfondirla giorno per giorno perché possa continuare a generare vita per loro due e per gli altri. La sopravvivenza della famiglia di oggi dipende unicamente dalle relazioni che essa sa vivere. Per questo diventa la testimonianza vivente per tutti che il nostro modo di stare insieme con gli altri è il primo bene da coltivare, quello da cui dipendono tutti gli altri.
Gesù stesso lungo la sua vita non sembra molto preoccupato di creare un’organizzazione che possa portare avanti il suo messaggio. Quella nascerà quasi da sé, a partire da quelle relazioni buone che lui ha stabilito e insegnato e alle quali ha dedicato gran parte del suo tempo vissuto in mezzo a noi. Relazioni fedeli e profonde con il gruppo di persone che costituiva un po’ la sua famiglia, vale a dire i discepoli. Ma anche le relazioni occasionali vissute con le persone incontrate lungo la strada o nei villaggi per i quali passava. Spesso Gesù dedica tempo e attenzione alla singola persona, con la sua storia, le sue speranze e le sue difficoltà. Tra la folla che lo circonda, numerosa e curiosa, egli mette a fuoco le vicende individuali, si concentra sulla vicenda anche di una sola persona, e in particolare di quelle più dimenticate e trascurate dagli altri.
Anche per Gesù la priorità non sembra essere la quantità, il numero delle persone e dei villaggi che egli riesce a incontrare e a convertire, quanto invece la qualità, la profondità degli incontri che riesce a vivere e delle relazioni che così si stabiliscono tra lui e le persone. Queste relazioni sono il seme caduto in terra che porterà frutto a suo tempo, sono la sorgente di acqua viva che egli ha aperto in mezzo a noi e che continua ad alimentare la nostra vita.

3. QUALI RELAZIONI
La vita della famiglia orienta già le relazioni in una determinata direzione. Le relazioni all’interno di una famiglia hanno un volto ben definito.

L'ACCOGLIENZA
Molte volte Gesù nel Vangelo pone il segno di un’accoglienza gratuita, che non guarda al passato di chi gli sta davanti, alle sue colpe o ai suoi meriti, ma gli va incontro unicamente perché gli vuole bene, “perché anche lui è figlio di Abramo” ((Luca 19,9). Egli presenta Dio come un padrone generoso che dà lo stipendio pieno anche a chi è arrivato per ultimo e ha lavorato di meno (Matteo 20, 1-15).
Così la famiglia vive di queste relazioni che sanno lentamente liberarsi dalle proprie aspettative verso l’altro. Lo sposo o la sposa si attendono che l’altro possa rispondere ai propri bisogni, che possa essere come io avevo immaginato e sognato, che venga a riempire i vuoti della mia vita. I genitori si attendono che i figli siano capaci di realizzare i progetti che essi hanno costruito per loro, pensando che in questo stia sia il loro bene. Ma poi ci si accorge che l’altro non può mai essere semplicemente il prolungamento di noi stessi, che la sua vita è molto di più di quel che noi possiamo comprendere e dominare. E se ci lasciamo liberare dalle nostre pretese verso le persone che vivono con noi, possiamo entrare allora nella gioia di una relazione che accoglie l’altro per quel che è, che gode del bene che lui ci porta, anche se è diverso da quel che noi avremmo voluto. L’amore matura quando riusciamo a contemplare la persona dell’altro per il bene che la sua vita è per noi, sempre e comunque, indipendentemente da quel che lui riesce a fare per noi.
Quando lo sposo o la sposa tornano a casa, per l’altro che l’attende è comunque una gioia rivedersi, indipendentemente da come l’altro arriva, più o meno stanco, più o meno nervoso. Per due sposi che riescono a volersi bene stare insieme è comunque la gioia più grande, che viene molto prima del fatto che poi insieme si possa pulire la casa, fare una gita al mare o andare a fare la spesa.
Questo insegna anche alla Chiesa che il primo gesto da compiere verso le persone non è quello di chiedere ma quello di accogliere. Non dovrebbe avvenire che la prima cosa che si incontra avvicinandosi alla Chiesa sia il giudizio morale, la richiesta di adeguarsi alle regole stabilite, di andare a Messa, di prendersi un impegno a servizio della comunità. Se quando lo sposo torna a casa per prima cosa si sente rovesciare addosso le richieste di controllare i compiti dei figli, di cambiare la lampadina bruciata o di sistemare quella tale faccenda con sua madre, se quando torna la sposa si sente aggredita dalle richieste di vedere cos’ha il bambino che non sta bene, di sistemare il bagno che è in disordine e di preparare la cena in fretta perché ormai è tardi, è chiaro che quell’incontro non è vissuto nella gioia e finisce col soffocare l’amore più che ravvivarlo.
Gesù quando incontra qualcuno non comincia mai col chiedere, ma con l’accogliere e l’ascoltare, cercando di portare alla luce il bene che già l’altro sta vivendo. Le relazioni che si vivono in famiglia insegnano alla Chiesa che il bene c’è anche fuori di noi stessi, che la salvezza non comincia da me, ma da un Dio che sempre ci precede e pone attorno a noi i segni della sua presenza che noi siamo chiamati a riconoscere e ad amare, anche se non corrispondono precisamente all’idea che noi ci eravamo fatti di lui. La missione della Chiesa non è principalmente quella di costringere le persone a rientrare in un certo schema predefinito, ma quello di incontrare il bene ovunque esso sia. La Chiesa guarda con affetto ogni persona che porta il bene di Dio, che lo sappia o non lo sappia, così come un genitore gioisce di ogni piccola conquista del figlio, così come lo sposo gioisce di ogni nuovo dono che scopre nella vita della sposa.

LA STABILITA'
La vita di Gesù rivela il volto di un Dio che è fedele al suo popolo, che continua a volergli bene nonostante i suoi tradimenti e i suoi rifiuti.

Si dimentica forse una donna del suo bambino,
così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?
Anche se queste donne si dimenticassero,
io invece non ti dimenticherò mai.
Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani,
le tue mura sono sempre davanti a me. (Isaia 49, 15-16)

Egli interpreta la sua Pasqua come “la nuova ed eterna alleanza”, l’impegno definitivo di Dio con gli uomini, nel quale egli dichiara di amarli a tal punto da essere disposto a morire per loro.

L’uomo d’oggi si scontra spesso con la fatica di vivere relazioni che durino a lungo, magari per tutta la vita, e proprio la famiglia diventa il luogo in cui questa fatica emerge con più chiarezza. I primi ad annunciare che l’amore è chiamato a durare per sempre sono i figli, i quali una volta generati e messi al mondo non si possono più cancellare. Essi continuano a guardare a quell’amore dal quale provengono come a una sorgente perenne di fiducia nella vita. Hanno bisogno di poterla ritrovare, di rinnovare la sicurezza che quell’amore che è il fondamento stesso della loro esistenza resiste ancora e continua a vivere.
Ma più profondamente è l’amore stesso degli sposi che desidera con tutto se stesso durare per sempre, perché solo i tempi lunghi lo conducono a maturare, a scavare in profondità nell’animo, a ricavare nel cuore dell’uno lo spazio per accogliere la vita dell’altro.
Non possiamo giudicare le fatiche e i fallimenti di chi non riesce a vivere il suo matrimonio per sempre, anche perché spesso sono scelte che emergono da grandi sofferenze e solitudini. Ma al tempo stesso non possiamo nascondere che il bene dell’uomo sta proprio nel crescere in una relazione che possa durare per tutta la vita. Questo lo conduce a uscire dalla prigionia delle emozioni, che con la loro volubilità lo spingono di qua e di là, a cercare piaceri e soddisfazioni anche intense, che però si consumano presto e lasciano la fame di cercarne altre ancora. Ma questo inseguire un “sentirsi bene” momentaneo nasconde un altro bisogno profondo dell’uomo, che è quello di appartenere a qualcuno: proprio perché nessuno di noi trova in se stesso la sua felicità sentiamo dover entrare a far parte di un bene più grande.
Questa appartenenza si compie quando io mi sento accolto e voluto bene, ma non soltanto per quel che so fare. Non per le mie prestazioni, per la mia capacità di rendermi simpatico o di essere utile, o per la mia abilità nel destare emozioni forti nell’altro, ma semplicemente per quel che sono. E questo amore non può che essere duraturo, perché il mio umore, le mie capacità, il mio stesso corpo nel tempo cambiano, ma la mia persona rimane, e ha bisogno di poter contare su un amore che dura, su un’accoglienza donata una volta per sempre e non invece che debba essere riconquistata ogni nuovo giorno.
Poter godere di relazioni certe, che non vengono messe in discussione neppure davanti a eventuali incomprensioni o litigi, mi dona quella stabilità di cui ho bisogno per sentirmi sicuro, sentire che il mio valore di persona è custodito nel bene che l’altro mi dona. Su questa roccia la mia persona può stare in piedi senza vacillare ed è messa in grado di esprimere al meglio i suoi doni e le sua capacità.
In un mondo in cui tutto cambia, ed anzi il bene sembra stia proprio nel cambiare, nel poter comprare cose nuove, fare nuove esperienze, visitare luoghi nuovi e conoscere nuove persone, in un mondo dove solo il nuovo sembra capace di eccitare e dare stimoli, la famiglia insegna che sono invece proprio la fedeltà e la stabilità delle relazioni che consentono alla persona di maturare e divenire autenticamente se stessa. Di scendere in quelle profondità del proprio animo lì dove Dio ha posto la sua vocazione più autentica. Pensare che il nostro bene stia nel cambiare spesso, per ritrovare emozioni sempre nuove, può derivare solo dal modello del rapporto con le cose. Gli oggetti effettivamente chiedono di essere cambiati perché si consumano, si rompono, o semplicemente vanno fuori moda. Ma le persone chiedono invece la fedeltà di essere avvicinate, amate e scoperte nella loro infinita ricchezza, che sola può donare all’uomo il bene che lui cerca.
In questo modo la famiglia educa anche alla vita nella Chiesa, che è una comunità un po’ più grande alla quale le persone sono invitate ad appartenere, al di là delle simpatie momentanee per il parroco di turno o per i canti che si fanno in chiesa. Tutte cose ovviamente importanti per coinvolgere le persone, ma che non possono nascondere ciò che è più fondamentale: l’incontro con Cristo può scendere nella profondità della nostra persona solo se riusciamo a restare in comunione e dialogo con lui attraverso quella piccola e povera comunità cristiana nella quale ci siamo trovati a vivere. Attraverso quei riti ripetitivi, così come sono ripetitivi i riti di una famiglia: mangiare insieme, andarsi a lavare, mettere a letto i bambini. Eppure proprio attraverso l’ascolto ripetuto della Parola del Vangelo, attraverso la ripetizione annuale di quelle celebrazioni con quelle stesse persone si crea nella fedeltà quell’ordine di vita che è capace poi di sostenere l’incontro personale col Signore.
E’ la famiglia che dona alla Chiesa questo senso di stabilità, più del prete che specialmente da giovane cambia di frequente comunità e quindi fatica ad imparare a rimanere fedele a relazioni lunghe che solo nel tempo maturano nella persona la capacità di giocarsi fino in fondo. Così il prete nelle relazioni rischia di essere sbrigativo, senza essere attento fino in fondo alla sensibilità dell’altro, o senza comunicare fino in fondo la verità di sé. Tanto lui alla sera va a dormire da solo e quindi non ha nessuno che lo misuri fino nell’intimo nella sua capacità di essere vero nelle relazioni, come invece succede agli sposi. Un prete può sempre un po’ nascondersi, evitare gli spigoli delle persone o magari calpestarli. Due sposi no, prima o poi devono fare i conti fino in fondo l’uno con l’altro.

LA FECONDITA'
L’amore degli sposi è fatto non per difendere se stesso, ma per generare vita. Nella nascita dei figli i genitori fanno l’esperienza di un dono gratuito: essi danno la loro vita a dei bambini che un giorno, cresciuti, se ne andranno per la loro strada. L’amore per i figli si manifesta proprio nella capacità di lasciarli andare, nel promuovere la loro autonomia, la loro capacità di cavarsela da soli. Un genitore che invece trattiene i figli accanto a sé e cerca di guidarli nelle loro scelte finisce col soffocare quella stessa vita che un giorno aveva donato loro.
La famiglia è propulsiva, non è fatta per mantenersi sempre uguale, ma per allargarsi sempre più, per ampliare gli orizzonti, via via che i figli crescono ed espandono il loro raggio d’azione.
Così la Chiesa non è fatta per difendersi, per conservare la propria struttura. La Chiesa, dice il Concilio, “è per sua natura missionaria”, nasce per generare alla vita nella fede, per entrare in relazione con ogni uomo e ogni popolo che incontra. Non ha bisogno di preoccuparsi della propria sopravvivenza, forte della parola di Gesù che ha promesso “le potenze degli inferi non prevarranno su di essa” (Matteo 16, 18). Ma quando la Chiesa se ne dimentica, allora chiede agli uomini di difenderla, chiede potere e privilegi per paura di scomparire. Ma allora si comporta come quegli sposi che nel corso degli anni hanno lasciato inaridire il loro matrimonio, e finiscono col ricercare nei figli il bene e l’affetto di cui hanno ancora bisogno ma che non trovano più nel coniuge. Così hanno bisogno che i figli gli “diano soddisfazione”, che seguano i loro consigli nella scelta del lavoro e della loro nuova famiglia, che siano loro devoti e riconoscenti “per tutti i sacrifici che hanno fatto per loro”. Ma in questo modo anziché continuare a donare loro vita, finiscono con il portargliela via.
Così la Chiesa, dimentica che la sua salvezza sta solamente nel Signore e nella relazione di piena fiducia che può vivere con lui, comincia a preoccuparsi per la propria esistenza che vede minacciata da un mondo ostile, lontano da Dio. Allora chiede agli uomini di essere riconosciuta, rispettata e obbedita, preoccupandosi così più di quello che gli uomini devono fare per lei che non di ciò che essa ha da donare a loro. Dimenticando che i cristiani sono chiamati a dare vita al mondo e non invece a pretendere che il mondo garantisca la loro vita. Non è proprio necessario, visto che già il Cristo si è fatto garante una volta per tutte della nostra vita attraverso la sua morte e la sua resurrezione.

Se oggi la famiglia è chiamata a una presenza più viva in mezzo alla Chiesa, non è quindi per andare a tappare le falle lasciate aperte nell’organizzazione dalla carenza di preti e di persone consacrate. La famiglia non deve portare altro che se stessa, senza lasciarsi incasellare nelle strutture ecclesiali, ma aiutando piuttosto a trasformare queste strutture in luoghi di relazione, come lo era la prima comunità di Gesù con i suoi discepoli.
Così anche fuori della Chiesa la famiglia viene rincorsa da tutti per far fronte all’emergenza educativa in una società che non sa più bene cosa trasmettere alle nuove generazioni. Prima si è emarginato il modello delle relazioni familiari per promuovere al suo posto quello dei consumi basato sulle relazioni con le cose, e adesso si vorrebbe invece che magicamente fossero i genitori a riprendere in mano il timone per guidare la crescita dei loro figli. Ma ancora la famiglia non può tappare le falle provocate da una cultura dalla quale è stata messa in disparte. Piuttosto ha da riportare in mezzo a questa cultura e a questa società la forza insostituibile del suo modello di relazioni che va riscoperto e sostenuto nella sua capacità di generare e sostenere la vita degli sposi e dei figli.