Il tempo è compiuto

pdf-iconNon occorre andare chissà dove o diventare chissà chi per incontrare Gesù. Lui è già entrato nella nostra vita e questo ci cambierà.

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea  predicando il vangelo di Dio e diceva: "Il tempo è compiuto e il  regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo". (Marco, cap.1, 14)

Ci sorprende, questo annuncio che Gesù mette all'inizio della sua predicazione.
Il tempo è compiuto: ma come? Non ci sono ancora tante cose da fare e da sistemare nella nostra vita? Non si può certo dire che il nostro mondo sia "compiuto": ci sembra spesso di vivere in un mondo a metà, dove siamo circondati, sommersi da tutto quello che rende la nostra vita più comoda e più efficiente, ma al tempo stesso sentiamo che il nostro cuore ci chiede qualcos'altro, che non sappiamo bene dove trovare. La sicurezza che mettiamo nelle nostre cose, nei nostri soldi, nel nostro lavoro, poi non riusciamo più a ritrovarla nei rapporti con le persone, che tante volte ci sembrano insicuri, incerti, sfuggenti.

C'è qualcosa che ci manca, anche se non riusciamo a capire bene che cosa. E poi, come si fa a dire che il tempo è compiuto davanti alle miserie di questa terra: se anche ci voltiamo dall'altra parte, se anche cerchiamo in qualche modo di giustificarci per non dover mettere in discussione tutto quello che abbiamo, almeno abbiamo la decenza di riconoscere che no, un mondo così non è proprio giusto, non è come Dio l'aveva pensato. E' tutt'altro che compiuto.

Come si fa a dire che il regno di Dio si è avvicinato? Spesso, presi dal pessimismo che ci bombarda con tutte le notizie delle sofferenze del mondo, ci verrebbe piuttosto da dire che si sta allontanando. Eppure, Gesù ha detto proprio così: il tempo è compiuto. E lo ripeterà morendo sulla croce: è compiuto (Gv 19,30)

DOPO CHE GIOVANNI FU ARRESTATO 
Il racconto del Vangelo fa iniziare la missione di Gesù là dove ha termine quella di Giovanni. Per sottolineare che siamo entrati in un tempo nuovo e definitivo, si riassume nella figura del Battista tutto il lungo tempo della preparazione che ci ha portati fin qui. Giovanni è l'ultimo dei profeti dell'Antico Testamento, è l'ultimo di quegli uomini che Dio ha chiamato a preparare la strada, con le parole e con la vita, al Messia che doveva venire. Ora questa storia di attesa e di preparazione trova il suo compimento e si apre sul frutto maturo per il quale tanti hanno seminato, pregato e lavorato. Si volta pagina e si inaugura la "nuova ed eterna alleanza", il nuovo modo di stare con Dio. Non siamo più nel tempo dell'attesa di ciò che deve venire, ma siamo entrati nel tempo dell'accoglienza di ciò che è già venuto, di ciò che è già in mezzo a noi.

Giovanni Battista è l'amico dello sposo (Gv 3,29) che ha preparato la sposa per il giorno delle nozze e ora si fa da parte e la affida allo sposo al quale è stata promessa. Il lungo tempo del fidanzamento tra Dio e Israele è terminato. Giovanni affida il popolo di Dio al suo Salvatore, il suo compito è concluso.

Così nella storia d'amore di due giovani il matrimonio conclude il tempo del fidanzamento, che è il tempo della ricerca, della scoperta e della conoscenza dell'altro. Tempo stupendo e irripetibile, che però è vissuto proprio nell'attesa di qualcos'altro di ancora più grande e definitivo che si apre il giorno delle nozze.

Viene il tempo per ogni coppia di fidanzati in cui i due avvertono la chiamata e il bisogno che il loro innamoramento sfoci in qualcosa di più stabile e completo, in una donazione reciproca senza più riserve, senza più confini. Il fidanzamento comincia allora ad essere percepito come troppo parziale e provvisorio di fronte alla sete di assoluto e di completezza che è deposta nel nostro cuore. Si sente che occorre passare oltre, entrare in quella pienezza che ti è stata fatta intravedere negli anni della preparazione e dell'attesa e che ora finalmente ti sta davanti perché tu possa accoglierla.

NELLA GALILEA
Ecco il luogo dell'annuncio del Regno di Dio, ecco il luogo della pienezza in cui si compie l'attesa di secoli: non è Roma, il centro del potere politico e militare della superpotenza di turno che dominava il mondo di allora; non è Gerusalemme, il centro del potere religioso, là dove il tempio custodiva la presenza del Signore in mezzo al suo popolo. Il tempo di Dio si compie in Galilea, una terra di confine, alla periferia di Israele, ai margini dell'impero romano.

Il tempo di Dio si compie in tutte le periferie del mondo, là dove la vita scorre anonima, senza che succeda niente di degno di comparire sui giornali o alla televisione. Il tempo di Dio si compie negli angoli, ai margini della storia, lì dove vive la gente che non conta, che non decide. Lì dove si raccoglie la sofferenza quotidiana di tanti che non possono avere una vita degna. Una sofferenza talmente quotidiana che non risveglia più neppure la nostra curiosità o i nostri sensi di colpa.

Il tempo di Dio trova la sua pienezza nella ripetitiva banalità della nostra vita, che a noi spesso sembra così distante da lui, dal Vangelo, così come la Galilea pareva distante da Gerusalemme. Allontanati da me Signore, perché io sono un peccatore  (Lc 5,8) dice Pietro a Gesù che vuol far di lui un apostolo. Cosa fai qui da me? Il Vangelo non era una faccenda per quelli bravi, per quelli eroici, per quelli santi? per i preti, le suore, i missionari? Per quelli che non hanno da preoccuparsi del mutuo della casa da pagare, del lavoro da difendere, dei figli da portare di qua e di là sperando che questo possa servire a farli crescere bene.

Eppure a Pentecoste ogni uomo che era lì in piazza a Gerusalemme comprenderà nella sua lingua l'annuncio della resurrezione: è il segno che il tempo di Dio può compiersi nella vita di ciascuno, di ogni persona e di ogni popolo. Nessuno è troppo lontano da lui: in ogni luogo, in ogni paese, con ogni mestiere o professione si può accogliere la salvezza di Dio. Non siamo mai "troppo poco" o "troppo banali" per lui.

Del resto, benché ci fossero stati secoli di attesa e di preparazione prima della nascita di Gesù, quando Dio manda il suo Figlio sembra non sia ancora pronto niente: solo Maria e (un po') Giuseppe. L'impero di Roma, il regno di Erode e i sacerdoti di Gerusalemme sono impegnati in tutt'altre faccende e fan di tutto per sballottare qua e là il neonato: non c'è posto per lui, non c'è niente di preparato, solo una mangiatoia.

Ma non importa, perché la pienezza dei tempi non dipende dall'uomo, non siamo noi che prepariamo il posto a Dio. E' lui che si prepara il posto nella nostra vita, è venuta la pienezza dei tempi perché lui, non noi, l'ha portato a compimento. Per questo il Cristo può trovare posto anche nella Galilea delle nostre vite che a noi sembrano così povere e insufficienti, come la mangiatoia di Betlemme. Dio si fa posto, ha deciso lui quando venire, non aveva bisogno che noi fossimo pronti, bastava fosse pronto lui.

IL VANGELO DI DIO
Vangelo vuol dire buona notizia: Dio ha da darci una buona notizia, c'è una bella novità per noi. E questa bella notizia è la vita di Gesù: nelle sue parole e nei suoi gesti egli ci mostra un Dio che non ci fa più paura, un Dio che ci ama fino a sciogliere tutte le nostre durezze e le nostre chiusure, fino a toccarci il cuore per togliere dal nostro animo la sfiducia, il male che ha messo radici in noi e ci impedisce di sperare. Un Dio che ci ama fino a farci diventare capaci di amare come lui.

Il nostro sistema di informazioni ci bombarda ogni giorno con una tale mole di messaggi che ha bisogno di scovare notizie sempre più forti per attirare la nostra attenzione, ormai stufa di tutto. Non bastano più i morti per la guerra: per colpire i nostri sentimenti occorre che siano tanti, che siano donne, che siano bambini.

Il nostro sistema di consumi e di divertimenti oggi è una rincorsa continua alla novità per creare sempre stimoli nuovi e far girare l'economia. Occorre inventare nuovi bisogni, occorre inventare nuovi giocattoli per adulti che han già tutto ma non possono smettere di desiderare ancora qualcosa in più.

Viene invece la buona notizia del Vangelo a dirci che non occorre più inventarci niente, non occorre che andiamo chissà dove per dare qualche brivido di novità alle nostre giornate. La novità più grande ce l'abbiamo già in casa, è Gesù. Dio che vive una vita di uomo, fino in fondo, per rendere l'uomo capace di vivere nella gioia di Dio. E' successo davvero, ed ora questa possibilità è aperta per tutti. Tutti siamo figli di Dio, tutti siamo come Gesù: guardando a lui capiamo come è Dio e come siamo noi: quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! (1 Gv 3,1) E' questa la novità più grande: possiamo essere figli di Dio anche noi.

IL TEMPO E' COMPIUTO
Troppo spesso noi siamo credenti ancora dell'Antico Testamento, viviamo con la sensazione di non essere nel posto giusto, come se il tempo e la terra di Dio fossero altrove. Come se il mondo in cui viviamo fosse troppo ingiusto, troppo lontano da Dio, come se la nostra vita fosse troppo limitata, troppo insufficiente per poter accogliere davvero la sua presenza. Viviamo come se il tempo di Dio ci stesse ancora davanti, come se fossimo ancora nel tempo dell'attesa, in cui aspettare che vengano tempi migliori per poter essere davvero cristiani.

Invece Dio è già venuto, Cristo ha vissuto su questa terra rendendoci capaci di vivere da Figlio di Dio, e il suo Spirito da allora in poi non ha mai cessato di vivere e dimorare in noi. Il tempo è compiuto, l'attesa è terminata, e questo ormai già da due millenni.

Noi siamo davvero in mano a Dio, dal giorno del nostro battesimo, che non è un ricordo commovente di quando eravamo ancora troppo innocenti per renderci conto delle durezze della vita. E' stato l'inizio di una storia insieme che continua ancor oggi, è stata la nostra chiamata, come quella di Pietro un giorno sul lago di Galilea, quando Gesù volle montare sulla sua barca scegliendo di abitare nella sua vita di pescatore per poter raggiungere da lì la vita di tante altre persone. E' stata una storia fatta anche di rinnegamenti, la nostra come quella di Pietro, ma che continua perché Gesù rimane nella nostra barca, non trasloca perché se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso. (2 Tm 2,13)

Il nostro amore di sposi è davvero un sacramento, cioè un luogo dove Dio ha scelto di dimorare per mostrarsi ed incontrare gli uomini di oggi. I nostri limiti, le nostre incertezze, le nostre chiusure diventano polvere davanti alla notizia (al Vangelo) che in Cristo Dio stesso è in mezzo a noi due. Se lui non ha aspettato che fossimo perfetti per scegliere la nostra famiglia come sua dimora, perché dovremmo farci tanti problemi noi?

Il tempo dell'attesa è concluso: non occorre aspettare di essere diversi per accogliere la sua presenza, non occorre aspettare di essere più maturi, più saggi, più santi, non occorre attendere di avere più tempo, quando potrò lavorare un po' di meno, quando potremo avere una casa più grande. Non occorre aspettare che i figli siano più grandi, allora sì che avremo un po' più di tempo per noi... Non occorre aspettare un mondo più giusto, una Chiesa più conforme al Vangelo, un parroco più comprensivo. Per poter pregare non occorre attendere di avere a disposizione una settimana di esercizi spirituali, per incontrare Cristo nell'uomo ferito non occorre per forza andare in Africa.

Non occorre vivere una vita diversa, non occorre diventare persone diverse, come quella famiglia lì che ammiriamo tanto, ma io non riuscirò mai ad essere come loro... Dio è già venuto, è già qui. La vita eterna è già entrata in te, già adesso, in ciò che tu vivi ora, qui.

Eppure, chissà perché, è fin troppo facile cadere in un pessimismo a buon mercato nel quale ci lasciamo travolgere dall'insoddisfazione che sempre è nascosta da qualche parte nel nostro cuore. Allora cominciamo a guardare con sfiducia il mondo e le persone che ci circondano e troviamo un sacco di cose che non vanno bene, e così giustifichiamo la nostra tristezza. Oppure rivolgiamo questo sguardo negativo contro noi stessi, e anche in noi troviamo mille motivi di insoddisfazione, e magari ci sembra di rendere più nobile questa insoddisfazione, attribuendola anche a Dio, perché secondo noi anche Dio ci vuole diversi, è scontento di noi.

Un discepolo si lamentò col Rabbi di Lublino di essere tormentato da desideri cattivi e di essere perciò caduto in grande tristezza. Il Rabbi gli disse: “guardati soprattutto dalla tristezza, essa è peggiore e più dannosa del peccato. Ciò che lo spirito maligno ha in mente, quando desta gli istinti dell’uomo, non è di farlo cadere in peccato, ma di farlo cadere in tristezza per mezzo del peccato”.

La cosa più grave è la tristezza, dicono gli hassidim ebrei, perché è una forma di incredulità, di sfiducia in Dio, di non credere che lui è in mezzo a noi, e che è più forte del nostro peccato. Non è il nostro peccato che può impedire a Dio di salvarci, quanto la sfiducia che lui davvero abita la nostra vita e la trasforma.

Il cristiano non vive nel lamento, nel rimpianto di qualcosa che non c'è più o nell'attesa indefinita che qualcosa cambi, perché così com'è adesso non va bene. Il tempo è compiuto, adesso. Oggi si è adempiuta questa Scrittura (Luca 4,20) dice Gesù nella sinagoga di Nazaret ai suoi compaesani che dopo poco cercheranno di farlo fuori, oggi la salvezza è entrata in questa casa (Luca 19, 9) dice Gesù nella casa di quello che era uno dei peggiori ebrei di Gerico, oggi sarai con me nel paradiso (Luca 23, 43) dice Gesù al ladrone mentre sta morendo e tutto sembra fuorché uno che stia entrando nel Regno dei cieli.

L'oggi della salvezza è fatto dall'amore di Dio, non dalla buona volontà dell'uomo.
Il tempo è compiuto perché Dio, non l'uomo, l'ha portato a pienezza. E' stato lui a decidere che era il momento giusto, che non occorreva più aspettare ma si poteva finalmente cominciare a vivere da figli .

A noi è chiesto di crederci e di accoglierlo, e il segno che ci crediamo e l'abbiamo lasciato entrare in noi è che la nostra vita assume un tono prevalente di serenità e di gioia, non di lamento, perché quello che abbiamo, che è la presenza di Cristo in noi, è infinitamente di più di quel che ci manca a causa dei peccati nostri e di chi ci sta intorno. Siamo nel tempo della pienezza, non della mancanza; siamo nel tempo in cui non si attende più, ma si accoglie con gioia colui che davvero è arrivato a casa nostra.

La vita cristiana non è la faticosa rincorsa verso un ideale che ci sta davanti, troppo alto da raggiungere. Certo, se pensassimo che dobbiamo essere noi a compiere il tempo, a realizzare il regno di Dio sulla terra, allora sarebbe una frustrazione continua. Vediamo bene la distanza fra questo mondo in cui viviamo e il disegno originario di Dio, vediamo bene la distanza tra la nostra vita e quello che potremmo essere se davvero seguissimo il Vangelo fino in fondo. Tra le grandi cose che Dio ha pensato per noi e quel poco che noi riusciamo a fare.

Ma non siamo noi a dover colmare questa distanza, questo fossato. E' Dio che è sceso, che è in mezzo a noi: anche se noi non eravamo pronti, lui è venuto lo stesso. E' questo che ha cambiato le cose, una volta per tutte.

Il Vangelo non è l'annuncio delle nostre colpe, di quello che dovremmo fare e non riusciamo. Il Vangelo è piuttosto la scoperta appassionante di quello che è già successo nella storia degli uomini e continua a vivere in noi: la vita di Gesù. I cristiani vivono ringraziando, hanno sempre qualcosa di cui essere contenti, perché anche se tutto andasse male, hanno sempre la consapevolezza che il Signore li ha scelti e li ha chiamati per donare loro la gioia della sua presenza, sin da quel giorno in cui erano piccoli e ancora non capivano, nel Battesimo, e poi ancora insieme come sposi nel matrimonio. Per questo il centro della vita cristiana è l'Eucarestia, che in greco vuol dire appunto ringraziamento.

IL REGNO DI DIO E' VICINO
Non solo è vicino, ma "si è avvicinato". Sembrava che la tua vita fosse un'altra cosa, stretta tra mille preoccupazioni, troppo comuni, troppo banali, perché ci fosse anche il tempo e la possibilità di arrivare a Dio. Ma adesso questo Dio non è più lontano come prima, ora non sei più tu che devi sforzarti di arrivare dove è lui, ma è lui che si è fatto come te, perché tu possa trovarlo là dove sei ogni giorno. Dentro le pieghe della tua vita, troppo normale, troppo incompiuta.

Perché tu possa riconoscerlo nella fatica quotidiana di guadagnarti onestamente da vivere, di trovare il tuo posto in mezzo agli altri, lì dove tu puoi dare il tuo contributo, piccolo ma insostituibile, a far andare avanti questa creazione che Dio ha messo nelle nostre mani.

Perché tu possa riconoscerlo nell'amore della tua sposa, del tuo sposo, che si rinnova ad ogni mattino, dopo ogni notte, dopo il buio di ogni incomprensione e oltre ogni egoismo. Perché tu possa riconoscere il volto di Dio in quello della persona che lui ti ha donato e messo accanto perché tu potessi ricevere giorno per giorno un amore fedele, indistruttibile, che diventa il cuore della tua vita, che sempre accogli con stupore perché è un dono così grande che va sempre al di là di ogni tuo merito. Perché tu possa riconoscere come la forza creatrice di Dio passa attraverso la fecondità del tuo amore che a sua volta diventa vita per gli altri, per gli altri sposi, per i poveri, quando il vostro amore diventa la casa di chi una vera famiglia non ce l'ha. Perché tu possa riconoscere come la creazione di Dio continua attraverso il vostro amore che si fa carne nei vostri corpi e si fa persona, figlio, diventa un'altra vita, diversa eppure vostra. Perché tu possa riconoscere l'amore di Dio in tutti i piccoli gesti di ogni giorno, le mille attenzioni per l'altro che la vita insieme ti abitua ad avere. Quando capisci l'altro prima ancora che lui parli, quando date la stessa risposta ai figli senza esservi consultati, quando la gioia e il dolore dell'altro sono anche i tuoi, quando il perdono dell'altro cancella la tua colpa, in questo legame profondo possiamo riconoscere il segno della presenza di Dio, lì Dio regna.
E' vero, manca ancora qualcosa, il regno di Dio sarà completo solo alla fine dei giorni. Ma quel che manca non è perché non c'è, ma perché ancora gli uomini non lo vedono: la salvezza che Cristo ci ha portato è già in mezzo a noi, è già all'opera nella nostra vita. Ma forse non ce ne siamo ancora accorti.

CONVERTITEVI E CREDETE AL VANGELO
Non ci è chiesto di convertirci per rendere possibile la salvezza: la salvezza è già arrivata, ben prima che noi ci convertissimo. Sono già due millenni che è qui. E' proprio per questo che adesso possiamo convertirci.

Finché restiamo soli, annaspiamo dentro i nostri dubbi e i nostri pensieri, sentiamo che ci manca qualcosa, che stiamo cercando ancora delle risposte, una completezza che non abbiamo. Ma non riusciamo a capire da soli che cosa davvero vorremmo, né tanto meno riusciamo a trovarlo. Solo guardando a Gesù possiamo capirlo.

E' proprio perché Gesù ora è in mezzo a noi che possiamo davvero cambiare il nostro modo di vivere e di pensare. Il cambiamento principale, la prima conversione è appunto quella di credere al Vangelo "Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?". Gesù rispose: "questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato" (Giovanni 6, 29) Se non riusciamo a essere migliori, se non riusciamo ad avvicinare la nostra vita al Vangelo, non è perché non ci mettiamo abbastanza impegno. E' perché non siamo poi così convinti che davvero Cristo abita in noi. Quel che ci manca non è un maggiore spirito di sacrificio, ma una convinzione più profonda e una gioia più grande per la presenza dello Spirito di Cristo in noi.

Riuscire a renderci conto di quello che è successo con la venuta di Gesù in mezzo a noi. Riuscire a spostare il nostro cuore e la nostra mente, a distogliere il nostro sguardo da quello che noi non riusciamo a fare e concentrarlo su quello che lui ha fatto e continua a fare attorno a noi e dentro di noi. Questa è la più grande conversione, lo spostamento fondamentale che decide della nostra vita.

Accorgerci che non occorre andare chissà dove, non occorre diventare chissà chi per incontrarlo. Accorgerci che lui è già entrato nella nostra vita, così com'è, qui e adesso. E vivere nella gioia per questa presenza. Questo ci cambierà.