Perché Signore? La fede davanti alla sofferenza - 1

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
Dall'Egitto ho chiamato mio figlio.                                 
 

Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi. Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremia:

Un grido è stato udito in Rama,
un pianto e un lamento
grande:

Rachele piange i suoi figli
e non vuole essere consolata,
perché non sono più
. (Matteo 2, 13-18)

1. Un grido verso Dio

Siamo davanti alla pagina più dura del Vangelo, la più difficile da ascoltare, la più difficile da accettare. Perché la strada d’ingresso del Figlio di Dio nella nostra vita dev’essere lastricata della morte di tanti altri bambini, del dolore di tante altre madri e padri?

Che Dio scelga di affrontare lui stesso la croce, possiamo anche comprenderlo, ma che questa scelta trascini con sé tante altre vittime innocenti, questo ci appare intollerabile. A cosa serve tutto questo dolore, tutta questa sofferenza? Che senso ha, dove porta?

Le piccole vittime di Betlemme ci riaprono la ferita di tanto altro dolore innocente di cui è tragicamente segnata la nostra storia. I morti uccisi dalla guerra, dal terrorismo, dalla miseria e dalla fame. Dai bambini armeni ai bambini di Aleppo, passando per i bambini ebrei, ci scorre davanti agli occhi una storia lunga un secolo di sofferenze incomprensibili e inaccettabili. Fino poi ad arrivare alla nostra sofferenza, a quella che ci tocca da vicino nei nostri affetti, nella nostra famiglia. Bambini che perdono i genitori, sposi separati troppo presto dalla morte, fino al dolore più straziante, quello dei genitori che perdono un figlio, per malattia, per incidente, per l’alcol o per la droga o per la morte più dura da consolare, quella del suicidio.

Com’è possibile che un Dio che vuole presentarsi come un Dio d’amore non intervenga in tutto questo? com’è possibile che abbia creato un mondo, una storia così ingiusta? Se l’uomo credente ha il coraggio di stare di fronte a tutto questo male con sincerità, non può non sentire un grido di ribellione salire dentro di lui.

Non facciamo un buon servizio a Dio se cerchiamo di mettere a tacere questo grido per paura che diventi una bestemmia, che sfoci nel rifiuto della fede. La Scrittura ci racconta questa enorme sofferenza, non per indurci alla rassegnazione, ma per mantenere viva la nostra indignazione.

La racconta all’inizio della storia della liberazione di Israele dall’Egitto:

Allora il Faraone diede quest’ordine a tutto il suo popolo: “Gettate nel Nilo ogni figlio maschio che nascerà, ma lasciate vivere ogni femmina” (Esodo 2, 22)

Ma Dio si lascia toccare dalla sofferenza del suo popolo

Il Signore disse: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze” (Esodo 3,7)

Se Dio non fa tacere questo grido e si lascia inquietare, neppure noi possiamo soffocarlo. Il turbamento davanti al dolore degli altri dice che non possiamo accettarlo, non possiamo rassegnarci, non possiamo diventarne complici. Ma il rifiuto della sofferenza per il credente diventa protesta contro Dio.

Non voglio insomma che la madre abbracci l'aguzzino che ha fatto dilaniare il figlio dai cani! Non deve osare perdonarlo! Che perdoni a nome suo, se vuole, che perdoni l'aguzzino per l'incommensurabile sofferenza inflitta al suo cuore di madre; ma le sofferenze del suo piccino dilaniato ella non ha il diritto di perdonarle, ella non deve osare di perdonare quell'aguzzino per quelle sofferenze, neanche se il bambino stesso gliele avesse perdonate! E se le cose stanno così, se essi non oseranno perdonare, dove va a finire l'armonia? C'è forse un essere in tutto il mondo che potrebbe o avrebbe il diritto di perdonare? Non voglio l'armonia, è per amore dell'umanità che non la voglio. Preferisco rimanere con le sofferenze non vendicate. Preferisco rimanere con le mie sofferenze non vendicate e nella mia indignazione insoddisfatta, anche se non dovessi avere ragione. Hanno fissato un prezzo troppo alto per l'armonia; non possiamo permetterci di pagare tanto per accedervi. Pertanto mi affretto a restituire il biglietto d'entrata. E se sono un uomo onesto, sono tenuto a farlo al più presto. E lo sto facendo. Non che non accetti Dio, Alëša, gli sto solo restituendo, con la massima deferenza, il suo biglietto".

"Questa è ribellione", disse Alëša sommessamente e a capo chino.

"Ribellione? Non avrei voluto sentire una parola simile da te", replicò Ivan con ardore. "È impossibile vivere nella ribellione, mentre io voglio vivere. Dimmelo tu, ti sfido, rispondimi: immagina che tocchi a te innalzare l'edificio del destino umano allo scopo finale di rendere gli uomini felici e di dare loro pace e tranquillità, ma immagina pure che per far questo sia necessario e inevitabile torturare almeno un piccolo esserino, ecco, proprio quella bambina che si batteva il petto con il pugno, immagina che l'edificio debba fondarsi sulle lacrime invendicate di quella bambina - accetteresti di essere l'architetto a queste condizioni? Su, dimmelo e non mentire!"

"No, non accetterei", disse Alëša sommessamente.

(tratto da: F. Dostojevskij, I fratelli Karamazov)

Il contrasto tra la fiducia incondizionata in Dio e l’accusa nei suoi confronti diventa massima nella tragica esperienza di Auschwitz, in cui il popolo dell’Alleanza si vede tradito e abbandonato.

L’estate era agli sgoccioli. L’anno ebraico stava terminando. La vigilia di Rosh Hashanà, ultimo giorno di quell’anno maledetto, tutto il campo era elettrizzato dalla tensione che regnava nei cuori. Era, malgrado tutto, un giorno diverso dagli altri: l’ultimo giorno dell’anno. La parola ultimo aveva un suono molto strano. Se fosse stato veramente l’ultimo giorno?
Ci distribuirono il pasto della sera, una zuppa assai densa, ma nessuno la toccò: volevamo aspettare a mangiare dopo la preghiera. Sul piazzale dell’appello, circondati dai reticolati elettrici, migliaia di ebrei silenziosi si sono riuniti, il volto stravolto.

La notte scendeva. Da tutti i blocchi altri prigionieri continuavano ad affluire, capaci improvvisamente di vincere il tempo e lo spazio, di sottometterli alla loro volontà. “Chi sei Tu, mio Dio, - pensavo con rabbia – in confronto a questa folla addolorata che viene a gridarTi la sua fede, la sua ira, la sua rivolta? Che significa la Tua grandezza, Signore dell’Universo, di fronte a tutta questa debolezza, di fronte a questa decomposizione, a questa putrefazione? Perché turbare ancora i loro spiriti malati, i loro corpi infermi?”.
Diecimila uomini erano venuti ad assistere alla solenne funzione! Capiblocco, kapò, funzionari della morte.

“Benedite l’Eterno…”.
La voce dell’officiante si faceva appena sentire. All’inizio credetti che fosse il vento.
“Sia benedetto il Nome dell’Eterno!”.
Migliaia di bocche ripetevano la benedizione, si piegavano come alberi nella tempesta.
“Sia benedetto il Nome dell’Eterno!”.

Ma perché, ma perché benedirLo? Tutte le mie fibre si rivoltavano. Per aver fatto bruciare migliaia di bambini nelle fosse? Per aver fatto funzionare sei crematori giorno e notte, anche di sabato e nei giorni di festa? Per aver creato nella sua grande potenza Auschwitz, Birkenau, Buna e tante altre fabbriche di morte? Come avrei potuto dirgli: “Benedetto Tu sia o Signore, Re dell’Universo, che ci hai eletto fra i popoli per venir torturati giorno e notte, per vedere i nostri padri, le nostre madri, i nostri fratelli finire al crematorio? Sia lodato il Tuo Santo Nome, Tu che ci hai scelto per essere sgozzati sul Tuo altare?”.
Sentivo la voce dell’officiante alzarsi, potente e affranta a un tempo, fra le lacrime, i singhiozzi e i sospiri di tutti i presenti: “Tutta la terra e l’universo appartengono a Dio!”. Si fermava a ogni istante, come se non avesse la forza di ritrovare sotto le parole il loro contenuto. La melodia gli si strozzava in gola.


E io, il mistico di una volta, pensavo: “Sì, l’uomo è più forte, più grande di Dio. Quando fosti deluso da Adamo ed Eva Tu li scacciasti dal Paradiso. Quando la generazione di Noè non Ti piacque più, facesti venire il Diluvio. Quando Sodoma non trovò più grazia ai Tuoi occhi, Tu facesti piovere dal cielo il fuoco e lo zolfo. Ma questi uomini qui, che Tu hai tradito, che Tu hai lasciato torturare, sgozzare, gassare, bruciare, che fanno? Pregano davanti a Te! Lodano il Tuo Nome!”.


“Tutta la creazione testimonia la grandezza di Dio!”. In altri tempi il giorno del Nuovo Anno dominava la mia vita; sapevo che i miei peccati rattristavano l’Eterno e imploravo il Suo perdono. In altri tempi credevo profondamente che da uno solo dei miei gesti, che da una sola delle mie preghiere dipendesse la salvezza del mondo.

Oggi non imploravo più. Non ero più capace di gemere. Mi sentivo, al contrario, molto forte. Ero io l’accusatore, e l’accusato, Dio. I miei occhi si erano aperti, ed ero solo al mondo, terribilmente solo, senza Dio, senza uomini; senza amore né pietà. Non ero nient’altro che cenere, ma mi sentivo più forte di quell’Onnipotente al quale avevo legato la mia vita così a lungo. In mezzo a quella riunione di preghiera ero come un osservatore straniero. […]
Yom Kippur. Il giorno del Grande Perdono. Bisognava digiunare? La questione venne aspramente dibattuta. Digiunare poteva voler dire una morte più certa, più rapida: qui si digiunava tutto l’anno, tutto l’anno era Yom Kippur. Ma altri dicevano che dovevamo digiunare proprio perché farlo era pericoloso; dovevamo dimostrare a Dio che anche qui, in questo inferno, eravamo capaci di cantare le Sue

Io non digiunai. Prima per far piacere a mio padre, che mi aveva proibito di farlo, e poi perché non c’era più nessuna ragione perché digiunassi. Non accettavo più il silenzio di Dio. Inghiottendo la mia gamella di zuppa vedevo in quel gesto un atto di rivolta e di protesta contro di Lui. E sgranocchiavo il mio pezzo di pane. In fondo al mio cuore sentivo che si era fatto un grande vuoto (tratto da: E. Wiesel, La notte, ed. Giuntina)

Quando andai ad Auschwitz per la prima volta, dopo due ore passate a visitare il campo per guardare e capire le memorie di quell’orrore, sentivo ormai un peso insopportabile nel cuore e il bisogno di respirare. Mi vennero in mente i Salmi imprecatori, quelli che nella nostra liturgia non si pregano mai, perché sono parole così violente che ci scandalizzano. Eppure lì ad Auschwitz, per la prima volta riuscii a pregarli, a sentire come anch’essi sono Parola di Dio, Parola che dà voce al grido dell’uomo che soffre un dolore ingiusto e assurdo.

La disperazione diviene rabbia e richiesta di vendetta

Spezzagli o Dio i denti nella bocca,

rompi o Signore le zanne dei leoni.
SI dissolvano come acqua che scorre,
come erba calpestata inaridiscano.
Passino come bava di lumaca che si scioglie,
come aborto di donna non vedano il sole! (Sal 58, 7-9)
 
Figlia di Babilonia devastatrice
beato chi ti renderà quanto ci hai fatto
Beato chi afferrerà i tuoi piccoli
e li sfracellerà contro la pietra (Salmo 137, 8-9)
 

Fino a sfociare in un’aperta accusa a Dio che ha abbandonato il suo popolo

Svegliati! Perché dormi Signore?
Destati, non respingerci per sempre!
Perché nascondi il tuo volto,
dimentichi la nostra miseria e oppressione? (Sal 44, 24-25)

 

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Lontane dalla mia salvezza le parole del mio grido!
Mio Dio, grido di giorno e non rispondi;
di notte, e non c’è tregua per me (Sal 21, 2-3)
 

Così la Parola di Dio pregata lungo i secoli ci invita alla libertà di riconoscere tutta la durezza del male che incontra la nostra vita, e di gettarlo davanti a Dio. Senza falsi pudori, come se per rispettare la santità di Dio dovessimo fingere di non vedere la sofferenza dell’uomo. Crediamo davvero in Dio non se lo teniamo fuori dalle vicende drammatiche della nostra storia, come se lui non fosse capace di affrontarle. Crediamo in Dio se, come possiamo, con fiducia o con rabbia, con speranza o con disperazione, gli rovesciamo addosso tutto ciò che per noi è incomprensibile e insopportabile, senza timore di offenderlo. Non perché pretendiamo una risposta, ma perché non possiamo fare a meno di cercare il dialogo con lui, proprio sulle vicende decisive della nostra vita. Anche se questo dialogo a volte può assomigliare a un processo o a un litigio.

2. Le risposte dell’uomo: la sofferenza come castigo

Per rendere meno duro il peso della sofferenza sembra che l’uomo abbia bisogno di trovare una spiegazione, una causa. Sembra che poter dare a qualcuno la colpa del proprio dolore lo possa rendere più sopportabile.

Così la spiegazione più semplice è che la sofferenza dell’uomo sia la giusta ricompensa per il suo peccato

Non esce certo dal suolo la sventura
né germoglia dalla terra il dolore,
ma è l'uomo che genera pene,
come le scintille volano in alto. (Giobbe 5, 6-7)

Il Signore veglia sul cammino dei giusti,
mentre la via dei malvagi va in rovina (Sal 1, 6)
 

Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” (Giovanni 9, 1-2)

Ma la soluzione non è così facile: spesso la violenza è cieca, non distingue tra buoni e cattivi. L’abbiamo già ascoltato nel racconto della strage degli innocenti, lo ricorda Gesù provocatoriamente

In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». (Luca 13, 1-5)

già Giobbe aveva rivendicato la sua innocenza davanti a Dio

Lontano da me darvi ragione;
fino alla morte non rinuncerò alla mia integrità.
Mi terrò saldo nella mia giustizia senza cedere,
la mia coscienza non mi rimprovera nessuno dei miei giorni (Giobbe 27, 5-6)

Ancora oggi tendiamo a incolpare le persone del male che devono soffrire. Quando incontriamo una persona povera, subito sospettiamo che voglia approfittare di noi, che in realtà sia uno che non ha voglia di lavorare e far fatica, uno che cerca di vivere sulle spalle degli altri. Davanti alla miseria dell’Africa ci mettiamo la coscienza a posto incolpando i loro governi corrotti, la loro arretratezza culturale, lo sfruttamento delle multinazionali. Trovare un colpevole è il modo migliore per non sentirci chiamati in causa, per non farci coinvolgere.

Risolvere tutto affermando che chi sta male in fondo se l’è andata a cercare è una soluzione facile per scagionare Dio e anche noi da ogni responsabilità e ci autorizza a rimanere indifferenti davanti al dolore dell’altro. Gesù viene a correggere radicalmente questa lettura distorta e a ristabilire la verità su Dio. Un Padre misericordioso non può assistere indifferente al castigo dei suoi figli, guidato solo da un asettico senso di giustizia. Dio non può essere contento di essere assolto dalla responsabilità di non impedire tutto il male e il dolore che c’è nel mondo, se il prezzo è quello di scaricare tutta la colpa sull’uomo. Il Padre non può essere contento che per salvare la propria reputazione vengano lasciati perire i suoi figli. Il Padre non vuol salvare se stesso, vuol salvare i suoi figli

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. (Giovanni 3, 16-17)

La missione di Gesù non è quella di far valere la giustizia divina, inchiodando l’uomo alle sue colpe e ai suoi meritati castighi. E’ invece quella di riscattarlo da ogni male e di riportarlo alla pienezza della vita. Così Gesù davanti alla donna adultera non è interessato a far valere la Legge ma a riaprirle una via di salvezza

Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più». (Giovanni 8, 10-11)

Gesù non cerca di salvare se stesso affermando la propria innocenza per sottrarsi al male, ma al contrario si fa carico anche delle colpe degli altri, pur di aprire una via che porti l’uomo fuori dal male

anche Cristo patì per voi,
lasciandovi un esempio,
perché ne seguiate le orme:
egli non commise peccato
e non si trovò inganno sulla sua bocca
;
insultato, non rispondeva con insulti,

maltrattato, non minacciava vendetta,
ma si affidava a colui
che giudica con giustizia.
Egli portò i nostri peccati nel suo corpo
sul legno della croce,
perché, non vivendo più per il peccato,
vivessimo per la giustizia;
dalle sue piaghe siete stati guariti. (1 Pietro 21-24)

3. le risposte dell’uomo: la sofferenza come sacrificio

Un’altra via percorsa per spiegare il senso della sofferenza è stata quella di considerarla come un passaggio necessario per arrivare a qualcosa di meglio, per “meritarsi il Paradiso”. La sofferenza viene chiamata allora “sacrificio”. In questa parola è evidente la radice “sacro”: il sacrificio è qualcosa della nostra vita che viene offerta a Dio, perché si pensa che a lui sia gradita. Proviene dalla pratica degli ebrei di offrire a Dio animali come pecore, capre e colombi, che venivano uccisi sull’altare in segno della propria fede. Questi sacrifici cessano con la venuta di Gesù, che offre a Dio non la vita degli animali, ma la propria stessa vita, morendo sulla croce.

Qui nasce l’ambiguità, che ha segnato pesantemente la fede cristiana. Se ciò che decide il nostro rapporto con Dio è la croce di Cristo, sembra che a Dio piaccia la sofferenza del suo Figlio, sembra che la sofferenza dell’uomo sia un sacrificio gradito a Dio. Fino a questo punto si può pervertire l’immagine di Dio: rappresentare il Padre misericordioso del Vangelo come un padrone sadico che richiede la sofferenza dei suoi figli come prezzo per concedergli la vita eterna.

Il sacrificio, ciò che piace a Dio, non è la sofferenza dell’uomo, ma il suo abbandonarsi alla volontà del Padre, affidarsi al suo disegno, che è un disegno d’amore

entrando nel mondo, Cristo dice:

Tu non hai voluto né sacrificio né offerta,
un corpo invece mi hai preparato.
Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato.
Allora ho detto: «Ecco, io vengo
- poiché di me sta scritto nel rotolo del libro -
per fare, o Dio, la tua volontà»
.

Dopo aver detto: Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato, cose che vengono offerte secondo la Legge, soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. (Ebrei 10, 5-9)

Il sacrificio, quel che piace a Dio, è che l’uomo sia liberato dal proprio egoismo e metta la sua vita nelle mani del Padre, per lasciarsi portare a vivere nel suo amore. Certo, lo sappiamo, quando vuoi bene a una persona puoi essere chiamato anche a soffrire per lei. L’amore più grande, quello di una madre verso il figlio, nasce proprio con il dolore del parto. Ma ciò che è sacro, che entra nella vita di Dio, non è la sofferenza dell’uomo, ma l’amore che la guida e la motiva. Dio non desidera che noi soffriamo molto, Dio desidera che noi amiamo molto. E’ l’amore più grande, quello vissuto da Gesù, è dare la vita per le persone a cui si vuole bene.

Per partecipare alla vita eterna non bisogna pagare il prezzo della sofferenza,ma lasciarsi invadere dall’amore di Cristo. Spesso capita che questo amore debba affrontare l’ostacolo del male, per arrivare a donarsi fino in fondo.

Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua (Marco 8,34)

L’invito a caricarsi ognuno della propria croce non è l’invito a ciascuno di trovare il proprio modo di soffrire, ma di trovare il proprio modo di amare, di spendere la vita per Dio e i fratelli.

4. le risposte dell’uomo: la sofferenza come messa alla prova

Qui il senso della sofferenza non viene cercato più dalla parte di Dio, ma dalla parte dell’uomo: la sofferenza non serve a Dio, ma serve all’uomo per crescere e maturare

Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va' nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». (Genesi 22, 1-2)

Satana rispose al Signore: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non sei forse tu che hai messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quello che è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e i suoi possedimenti si espandono sulla terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha, e vedrai come ti maledirà apertamente!». (Giobbe 1, 9-11)

Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po' di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell'oro - destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco - torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà (1 Pietro 1, 6-7)

E’ vero, fa parte della nostra esperienza il fatto che attraversare situazioni dolorose ci tempra, ci rende più forti e ci insegna a guardare alla vita con uno sguardo meno superficiale e più profondo. L’esperienza della malattia ci fa percepire con più chiarezza la relatività di tante cose per cui ci affanniamo ogni giorno – lavoro, soldi, beni di consumo – e ci insegna ad apprezzare e valorizzare ciò che altrimenti ci sfugge via: la salute, la fede, le relazioni con la famiglia e gli amici.

Anche le persecuzioni che i cristiani hanno subito ripetutamente nel corso della storia spesso non hanno cancellato la Chiesa ma ne hanno al contrario approfondito e rafforzato la fede. Mentre alcuni abbandonavano la Chiesa per paura delle sofferenze che avrebbero subito, chi restava fedele invece maturava un attaccamento a Cristo più forte e convinto, che diventava anche la testimonianza più credibile davanti al mondo.

Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. (Luca 21, 12-13)

A volte però la sofferenza che ci colpisce è davvero troppo grande per poterne ricavare un senso positivo. Camminando per Auschwitz l’amico che mi accompagnava ad un certo punto mi chiese “ma cosa voleva farci capire Dio con la morte di sei milioni di ebrei? Erano proprio necessari così tanti morti? Non ne potevano bastare un po’ meno?”. L’uomo, pur così piccolo e fragile, riesce ad attraversare le tragedie della sua storia senza lasciarsi annientare e il male, per quanto grande sia, non riesce a impedire che ogni volta il bene rinasca e riprenda il suo cammino. In questo senso l’uomo si purifica passando attraverso il fuoco della prova e scopre energie spirituali che non pensava di avere. Anche davanti a lutti familiari, alla perdita di persone più care, ci pare impossibile essere riusciti a sopravvivere. Se ce l’avessero detto prima, mai avremmo pensato di riuscire a sopportare prove così dure. Eppure, quando ci troviamo in mezzo alla sofferenza, emerge in noi una forza interiore che non immaginavamo di avere. Questa ci porta fuori dai gorghi della disperazione, con la sensazione di aver attraversato una prova che pensavamo superiore alle nostre forze.

E’ vero dunque che spesso usciamo dalla sofferenza feriti ma anche più forti. Ma questo è sufficiente per pensare che sia Dio a mandarcela? Il Vangelo ci invita a pensare che Dio ci è accanto nelle nostre prove, che ci sorregge per non lasciarci sprofondare. Possiamo pensare che lui sia all’origine di quella forza spirituale che ci consente di ripartire sempre, ma che sia lui il mandante delle nostre sofferenze, per quanto “a fin di bene”, questo non sembra compatibile col volto di Padre misericordioso che Gesù ci annuncia. Certo, come ogni buon padre, non ci risolve subito tutti i problemi, lascia che ci scontriamo con gli ostacoli della vita perché sa che questo ci aiuta a crescere. Ma che sia lui a inventarli per metterci in difficoltà, questo non sembra accettabile. Anche perché, non dimentichiamolo, non tutti riescono a superare questi ostacoli: c’è anche chi nella prova purtroppo cede, si lascia andare alla disperazione o alla depressione, c’è chi arriva a togliersi la vita. Dio invece vuole la salvezza di tutti i suoi figli, non può mandarci delle prove tanto dure, davanti alle quali l’esito sia così incerto tra la sopravvivenza e la tragedia.

5. la debolezza di Dio

Se non riusciamo a trovare un responsabile per tutto il male che c’è nel mondo, se tutto questo dolore non trova un senso, allora sembra inevitabile rassegnarci nell’ammettere che il male è più forte, che almeno per il momento neppure questo Dio che ci ama come un padre riesce a liberarcene.

Dobbiamo allora ammettere che Dio è debole, impotente di fronte a questa violenza? Davanti alla croce di Cristo contempliamo questa impotenza di Dio che sembra lasciarsi sopraffare dal male

Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. La scritta con il motivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei». Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra. Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano. (Marco 15, 29-32)

Certamente Gesù non affronta il male allo stesso modo nostro: gli uomini sono abituati a contrapporre forza a forza, violenza a violenza. Così facilmente proiettiamo su Dio le nostre fantasie di onnipotenza, di un potere buono che sistemi tutto, che metta a tacere i cattivi e imponga l’ordine. Che ci metta al sicuro dalle incertezze e dai rischi della vita. Con stupore ci accorgiamo che questo bisogno di un Dio onnipotente che ci tiri fuori dai guai assomiglia molto al bisogno di sicurezza che spesso ha portato i popoli ad affidarsi ai dittatori. Quando il male sembra prendere il sopravvento e minacciare la nostra vita, invochiamo un potere più forte che venga ad eliminarlo. Dalla Rivoluzione Francese fino al fascismo, da quella cubana fino a quella khomeinista, il nuovo potere arriva con le vesti del salvatore ma ben presto si rivela altrettanto violento di quello che è venuto a sostituire. Sin dall’inizio Gesù ha dovuto affrontare questa tentazione, di presentarsi come uomo di potere, di instaurare il regno di Dio con la forza.

Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: “tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai” (Matteo 4, 8-10)

Ma la via di Gesù è un’altra

Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve (Luca 22, 25-27)

La via di Gesù non è quella della grandezza, del potere, neppure se questo potere è “a fin di bene”, come diciamo noi.

Gesù non è mosso dall’intenzione di affermare il suo potere sulla storia, per quanto buono possa essere. Non è preoccupato di dimostrare che Dio è più forte del male: non è preoccupato per se stesso, per la propria reputazione. Gesù è mosso dalla compassione per chi soffre sotto l’oppressione del male che è costretto a subire.

6. la compassione di Gesù

Da un lato dunque Gesù non teme di apparire debole, per il fatto che rifiuta la logica umana del potere del più forte

Cristo Gesù pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l'essere come Dio,
ma svuotò se stesso

assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall'aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce. (Filippesi 2, 5-8)

Dall’alto Gesù si lascia muovere da un’altra forza, quella della tenerezza e misericordia

Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». (Luca 7, 12-14)

Compassione: è questa la parola chiave che compare in molti racconti dei miracoli di Gesù e sta ad indicare il sentimento che lo muove. Il termine greco deriva da splanchna, le viscere. Sta ad indicare perciò quella sensazione di lacerazione interiore, fisica, che lo prende davanti al dolore delle persone. E’ la sensazione della madre che davanti alla sofferenza del figlio prova lei stessa dolore, proprio in quelle viscere da cui il figlio è stato generato. Gesù non rimane impassibile ma si lascia toccare e ferire dalla sofferenza dell’uomo. Gesù interviene a liberare l’uomo dal male proprio perché prima di tutto lo sente suo, lo soffre lui stesso sulla propria pelle e nelle proprie viscere. Scrive Turoldo che Dio si è fatto uomo per poter avere degli occhi per piangere. Gli angeli non hanno lacrime. Il primo passo dell’amore è la condivisione: stare accanto alla persona amata, scendere con lei nella sua situazione di gioia o di dolore, lasciarci coinvolgere nel suo stato d’animo e nella sua sofferenza.

Dall’altra parte stanno i farisei: il loro cuore è chiuso nella difesa della legge e non riesce a entrare nella sofferenza che si trova davanti

Entrò di nuovo nella sinagoga. Vi era lì un uomo che aveva una mano paralizzata, e stavano a vedere se lo guariva in giorno di sabato, per accusarlo. Egli disse all'uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati, vieni qui in mezzo!». Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?». Ma essi tacevano. E guardandoli tutt'intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all'uomo: «Tendi la mano!». Egli la tese e la sua mano fu guarita. (Marco 3, 1-5)

Il loro cuore è indurito, è diventato immobile e non si lascia scalfire né smuovere dal dolore che incontra.

Per Gesù invece la compassione per il dolore del prossimo lo spinge ad infrangere tutte le barriere e i divieti della legge. E’ questa la forza che abita in Gesù: non tanto quella del potere umano che vuole imporre agli altri la propria volontà, ma quella dell’amore che non si arresta davanti a nulla pur di raggiungere la sofferenza della persona amata

Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va', invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte. (Marco 1, 40-45)

In questo incontro la compassione di Gesù lo spinge ad attraversare una delle barriere più profonde, quella tra i sani e i lebbrosi. Marco contempla quel gesto di Gesù di stendere la mano, lentamente, per superare la distanza tra lui e il malato e arrivare a toccarlo, superando il ribrezzo per la malattia e la paura del contagio. Gesù tocca il lebbroso, non lo guarisce a distanza. Si lascia coinvolgere nella sua situazione, entra nella sua vita di condannato all’emarginazione. Questa condivisione è così reale che Gesù finisce col prendere il suo posto. Il lebbroso che prima era costretto a vivere fuori dai centri abitati, lontano dalla gente normale, ora può tornare al suo villaggio ed essere accolto nella comunità. Il clamore del fatto costringe invece Gesù a starsene isolato, là dove non c’è nessuno. Davvero per Gesù la guarigione del lebbroso non è stato un gesto potente, compiuto a distanza con un colpo di magia. E’ stato invece realmente prendere su di sé la sua situazione, farsi carico del suo male.

Gesù non salva l’uomo dal di fuori, ma si cala fino in fondo all’abisso del suo dolore, per potersi rialzare insieme con lui. Egli sperimenta su di sé la fatica di continuare a credere e a sperare anche nell’oscurità della sofferenza. Diceva un saggio ebreo: “ se vuoi tirar fuori un uomo dal fango, dovrai sporcarti un po’ anche tu”. Così Gesù salva l’uomo non imponendo dal di fuori il suo potere di cambiare le cose, ma trasformandole dall’interno. Viene a condividere la debolezza e il peso del peccato per accendere anche lì una luce di speranza.

Tuttavia, se la compassione ci svela la spinta profonda che porta Gesù ad affrontare il male, non ci dà ancora una risposta alla nostra domanda lacerante: perché il Signore non interviene a guarire tutti, a togliere ogni male? Perché lascia ancora tanta sofferenza in questo mondo?

Prova forse compassione solo per alcuni e non per tutti? Il suo cuore è capace di soffrire solo per qualcuno, ma davanti ad altri rimane indifferente?