Perché Signore? la fede davanti alla sofferenza - 2

1. il nuovo corpo di Cristo

Quando Gesù guarisce una persona, questo avviene sempre all’interno di una relazione. Gesù non cambia la situazione con un colpo di magia che risolve le cose all’istante, ma si fa prossimo, si avvicina, entra nella vita della persona per trasformarla.

Quasi sempre la tocca, proprio perché l’incontro sia completo e l’altro possa sperimentare la sua vicinanza. Le guarigioni quindi sono legate alla presenza di Gesù, alle sue parole, ai suoi sentimenti di compassione ma anche al suo corpo.

Ma Gesù non può arrivare fisicamente dappertutto: così ben presto egli sceglie di coinvolgere i suoi discepoli nella sua missione.

Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!». Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. (Matteo 9, 35-10,1)

Gesù non può arrivare a toccare tutte le infermità del popolo d’Israele: i suoi discepoli però possono in qualche modo prolungare la sua azione, ricevendo il suo “potere”. Questo diventa ancor più vero dopo la resurrezione, quando Gesù ritorna al Padre e i discepoli sono chiamati a continuare la sua azione di salvezza, estendendola non solo tra i villaggi della Palestina, ma lungo le vie del mondo e della storia. Il “potere” di cui Gesù li fa partecipi ora ha un nome preciso: è lo Spirito Santo, è lo spirito di Gesù che attraverso di loro continua a liberare gli uomini dal male.

Il corpo di Gesù non è più visibile tra gli uomini, non può più essere toccato per ricevere guarigione. Ma il suo Spirito continua a essere presente nei cristiani, nella Chiesa: è questo il suo nuovo corpo. Sono i cristiani che rendono visibile e palpabile la presenza di Gesù. La sua salvezza continua anche oggi a raggiungere le persone attraverso le parole, la compassione, i gesti del suo nuovo corpo che è la comunità cristiana.

E’ per questo che Gesù nel Vangelo raccoglie attorno a sé dei discepoli, è per questo che oggi chiama noi attorno a sé. Noi credenti tendiamo a pensarci come quelli che avrebbero “diritto” a ricevere qualcosa dal Signore, ad essere guariti. In realtà quello che ci è stato promesso è di ricevere lo Spirito Santo, non per un nostro vantaggio ma perché attraverso di noi Cristo possa continuare a liberare gli altri dai loro mali.

La domanda di fondo perciò comincia a cambiare: non più perché Gesù non continua anche oggi a guarire la gente, ma perché i cristiani riescono così poco a continuare la sua opera di liberazione. Possono risuonare anche oggi le parole di Pietro allo storpio sulla porta del tempio:

Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati e cammina!” (Atti 3,6)

Siamo ancora in grado di portare questo annuncio, in franchezza e sincerità?

2. guardare avanti

Guardiamo a come Gesù coinvolge i discepoli nella sua opera di salvezza ascoltando il grande racconto della resurrezione di Lazzaro:

Un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».
Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».

Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

Udite queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.

Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».

Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare» (Giovanni 11, 1-43)

La prima cosa che salta agli occhi è che in questo racconto molto lungo la descrizione del miracolo vero e proprio è ristretta a pochi versetti. La gran parte della narrazione è occupata dai dialoghi di Gesù prima con i suoi discepoli e poi con Marta e Maria, le sorelle del morto. Gesù non vuole agire da solo, con un’azione portentosa che cambi la situazione in un colpo solo, ma percorre una lunga strada per entrare nella vita dei suoi amici e aprirla alla speranza della liberazione dalla morte.

Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato

Gesù sembra dire qui perché Lazzaro è morto: il motivo che egli dà però non è al passato, ma al futuro. La risposta non è alle nostre spalle, ma sta davanti a noi e in qualche modo dobbiamo costruirla. Gesù non è interessato a trovare la causa, magari cercandola nei peccati di Lazzaro o di qualcun altro, ma mostra quale può essere la via d’uscita: in questa morte si rivelerà il volto di Dio, che è capace di liberare anche dalla morte. Il dolore e la sofferenza sono il luogo in cui Dio interviene nella nostra storia per farci sentire la sua forza e la sua misericordia, capaci di risollevarci.

L’uomo cerca una risposta al dramma della sofferenza guardando al passato, cercando di capire da dove sia venuto questo male e a chi se ne possa dare la colpa. Dio invece guarda avanti e cerca di coinvolgere l’uomo nella sua azione di affrontare il male, attraversarlo senza lasciarsene schiacciare e riaprire una strada verso la vita.

3. uniti a Cristo

Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?».

Gesù non andrà da solo a risuscitare Lazzaro: invita i suoi discepoli ad venire con lui. Questa sua parola fa emergere immediatamente le loro paure e i loro dubbi: in Giudea Gesù ha già rischiato la morte, non è il caso di starsene lontani? Non è solo Gesù che deve affrontare la morte di Lazzaro: anche i discepoli devono affrontare la loro paura dei capi di Gerusalemme, la loro paura di essere trascinati dentro la persecuzione che si sta per abbattere su Gesù.

Ma non è solo una questione di paura

Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!».

Per affrontare il male, quello che tocca gli altri e quello che subiamo noi, non è sufficiente essere più coraggiosi: occorre diventare credenti. Gesù non ci chiede di farci forza davanti alla sofferenza, di tener duro. Ci chiede di affidarci a lui, di seguirlo in questo cammino verso la tomba di Lazzaro a Betania, e in seguito alla sua tomba, a Gerusalemme, poco lontano da lì. Noi seguiamo Gesù non perché pensiamo di essere capaci di affrontare la morte, come sembra pensare ancora Tommaso

Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».

noi seguiamo Gesù perché crediamo non alla nostra ma alla sua forza. Una forza che non è potere, clamore, ma è amore silenzioso e fiducioso, incrollabile nella sua capacità di continuare a generare vita.

A volte, davanti alla sofferenza degli uomini siamo spinti dalla nostra compassione a coinvolgerci, a metterci al loro fianco per dare una mano. Ma se mettiamo in gioco solo il nostro buon cuore spesso siamo sopraffatti dal male che incontriamo: è troppo grande per noi e ne veniamo travolti, soffriamo e piangiamo insieme ma non riusciamo a mantenere quel minimo di distanza che ci permetterebbe di essere davvero utili. Succede allora che ci sentiamo in colpa perché non riusciamo a risolvere i problemi che vediamo: vorremmo aiutare tutti ma non ne siamo capaci. Oppure diamo la colpa agli altri: sono loro che non vogliono farsi aiutare, io sarei disponibile ma loro non si danno da fare. Oppure ancora ci rifugiamo nell’attivismo: ci diamo da fare per un sacco di cose, corriamo di qua e di là: il nostro corpo e la nostra mente sono sempre in movimento, ma il nostro cuore non sente più nulla. Anche questo è un modo per difenderlo dal dolore che incontra.

Non puoi entrare da solo nel dolore degli altri: non puoi entrare in una baraccopoli, in un campo profughi, nella casa di una famiglia che ha perso un figlio se in qualche modo non c’è con te il Signore. Altrimenti il peso che viene a gravare sul tuo cuore diventa insostenibile e dovrai scaricarlo altrove, in un modo o nell’altro.

Solo Gesù può affrontare il male a viso aperto

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù fece la faccia dura e si mise in cammino verso Gerusalemme (Luca 9. 51)

noi possiamo farlo soltanto insieme a lui, andando dietro a lui

Simon Pietro gli disse:” Signore, dove vai?” Gli rispose Gesù;” dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi, mi seguirai più tardi!” (Giovanni 13, 36)

Solo uniti a lui possiamo entrare nella sofferenza degli uomini per aprire strade di speranza e di vita.

Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio e non viene da noi. Sempre infatti , noi che siamo vivi, veniamo consegnati alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale. (2 Corinzi 4, 7.11)

Gesù non ci chiede semplicemente di essere più forti del male che c’è attorno a noi. Ci chiede di stare con lui, di camminare insieme a lui, di lasciare che il suo Spirito penetri tutta la nostra esistenza, affidandoci a lui senza riserve. Quando lui abita in noi, allora siamo capaci di portare al mondo la sua liberazione.

Il Vangelo di Marco racconta che quando Gesù scende dal monte della Trasfigurazione insieme a Pietro, Giacomo e Giovanni, trova un ragazzo epilettico.

Il padre gli dice “Maestro , ho portato da te mio figlio, che ha uno spirito muto. Ovunque lo afferri, , lo getta a terra ed egli schiuma, , digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti” (Marco 9, 18)

Quando poi Gesù scaccia il demonio i discepoli gli chiedono perché loro non ci sono riusciti e Gesù risponde:

questa specie di demoni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera (Marco 9, 29)

dove per preghiera non si intende una formuletta magica da recitare, che per altro Gesù non usa. E’ la preghiera di Gesù, i tempi prolungati di ritiro e silenzio che lo portano a entrare in comunione col Padre, com’è appena successo nella Trasfigurazione. Se i discepoli non vivono questa comunione profonda, rimangono lontani da Gesù e da soli sono destinati alla sterilità e al fallimento.

4. la fede in Gesù

Quando Gesù arriva a Betania, non si reca subito alla tomba di Lazzaro ma rimane fuori dal villaggio. Lì, in un luogo più appartato, lontano dalla confusione dei lamenti funebri, si svolge il dialogo decisivo con Marta prima e poi con Maria.

Spesso davanti alle richieste di guarigione Gesù cerca di entrare in una relazione di fede col malato o con i suoi familiari. Sembra che Gesù abbia bisogno di sentire che davvero il malato si affida a lui, per poterlo poi guarire. Gesù conferma in questo modo la sua via che è quella di coinvolgere l’uomo nel cammino di salvezza. Non fa tutto Dio, non viene a sistemare le cose con un colpo di scena che rovescia la situazione, ma entra nella nostra esistenza, nella fatica del nostro dolore e dei nostri dubbi, per trasformarla lentamente. E’ dall’interno delle nostre tenebre che egli traccia la che ci porta verso la luce.

Così Gesù lascia che Marta e Maria con le stesse parole gli rovescino addosso il loro dolore e anche la loro delusione per la sua assenza

Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto

Loro l’avevano mandato a chiamare, avevano sperato in lui, ma lui non aveva fatto niente. Gesù, da buon ebreo, sa che Dio rispetta e accoglie la protesta dell’uomo verso di lui, e non la censura, non la soffoca. Perciò questa protesta verso Gesù è il primo passo della preghiera, è il primo passo nella direzione giusta, verso la luce della resurrezione.

Gesù cerca poi la fede di Marta: è questa la roccia sulla quale egli può ricostruire la vita di Lazzaro.

Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno».

La prima risposta di Marta è un po’ vaga, sa di catechismo imparato a memoria, quello che si dice perché si sa che bisogna dirlo, ma senza convinzione, senza che realmente tocchi la nostra vita.

La fede che Gesù invece cerca in Marta non è l’adesione a un’idea, a una dottrina, ma è l’incontro personale con lui

Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?»

Quello che cambia la nostra vita non è ciò che sappiamo di Dio, ma quanto riusciamo ad affidarci a lui, quanto riusciamo a consegnare la nostra vita nelle sue mani, sentendo che lui è davvero l’unico nostro rifugio, che lui è davvero la roccia sulla quale sta in piedi la nostra esistenza. Questa fiducia senza riserve è la porta che apriamo per permettergli di entrare in noi, di venire a portare la sua vita dentro la nostra morte.

Per questo molte volte Gesù dopo le guarigioni dice “la tua fede ti ha salvato”: la liberazione dal male è sempre frutto dell’incontro dell’uomo con Dio, di Dio che vuol donare il suo amore e dell’uomo che si fida e lo lascia entrare nella sua vita. Senza questa apertura sembra non possa avvenire nulla, perché Gesù non vuole agire senza di noi, calando dall’alto la sua forza. Gesù vuole sempre coinvolgerci nel cammino di liberazione.

Certo, più grande è la sofferenza che viviamo e più grande è la fede che ci viene richiesta per credere che anche lì Cristo può riaprirci una via di speranza. Spesso non riusciamo neppure a imparare dalle esperienze passate. Affrontiamo una prova, ci affidiamo a Dio e ci accorgiamo che davvero lui viene a sostenerci e a liberarci. Dopo qualche tempo la vita ci pone davanti un’altra sofferenza, ma noi non riusciamo a far tesoro dell’esperienza già fatta e ricominciamo a dubitare che davvero il Signore ci voglia bene, non sentiamo più la sua presenza e dobbiamo rifare daccapo tutta la fatica per vincere la tentazione della disperazione e tornare invece ad affidarci a lui.

5. il tempo del deserto

Prima di arrivare davanti alla tomba di Lazzaro rimane ancora un ultimo passaggio, forse il più sconcertante

Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».

Gesù piange. Si lascia toccare dal dolore degli uomini e delle donne che gli stanno attorno: il suo cuore capace di compassione si lascia ferire dal nostro dolore. Sembra un passaggio inutile: perché perde tempo a piangere, lui che è l’unico che può fare qualcosa? Questa protesta proviene sempre dalla nostra mentalità efficientistica: Dio deve fare qualcosa, Dio deve risolverci i problemi. Questo pensiero non porta a un reale incontro di fede, a un’alleanza che diviene comunione. E’ una morale da servi, è la morale del figlio maggiore nella parabola del figliol prodigo: ecco, io mi sono sempre comportato bene, perché non mi dai ciò che mi spetta? Io, uomo, ho fatto il mio dovere, adesso tocca a te, Dio, fare il tuo.

Gesù è venuto a mostrare un altro volto di Dio: non il padrone che chiede lavoro in cambio di un giusto salario, ma il Padre che cerca l’amore dei figli. Così Gesù vuole farsi prossimo, avvicinarsi alla nostra vita. Dio non ci manda a dire cosa dobbiamo fare, per poi mandarci il premio o il castigo. Dio non ci manda più nulla, ci manda suo Figlio. Un Figlio che vuol farsi fratello, vuole entrare nella storia per invitarci a camminare insieme a lui, dietro a lui. Questa scelta di entrare nella nostra vita per Gesù non è un modo di dire, è un’esperienza reale, che la Chiesa ha racchiuso nella parola incarnazione.

Quando una persona viene a vivere nella nostra casa, lentamente la sua presenza ci cambia, ci trasforma. Ma anche lei è trasformata dal fatto di vivere con noi. E’ l’esperienza degli sposi, è l’esperienza dei genitori. Impariamo gli uni dagli altri, i piccoli dai grandi e i grandi dai piccoli. Prima ancora di quello che l’altro può dirci a parole, è la sua vita che ci smuove in profondità. Il suo modo di sentire, di gioire e di preoccuparsi, il suo modo di amare e di farsi vicino a noi, il suo modo di soffrire e di affrontare le difficoltà. Tutto questo viene ad aprire la nostra vita alla novità, ci apre strade che non conoscevamo, modi diversi di sentire e di comportarci, allarga il nostro orizzonte. Ci fa sentire un po’ meno importanti, ci toglie da quel posto al centro dell’universo nel quale tendiamo sempre a collocarci, ci fa gustare la novità e il bene che gli altri portano nella nostra vita.

Così Gesù entra nella nostra vita per portarci un modo diverso di affrontare il male.

se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo, se invece muore produce molto frutto. (Giovanni 12, 25)

Gesù affronta il male con pazienza, senza lasciarsi scoraggiare ma continuando ad amare, a donare se stesso. Con umiltà, rinunciando a vedere subito i risultati della propria azione, ma affidandoli al Padre perché portino frutto a suo tempo. Gesù è questo seme che accetta di passare per il dolore perché sa che quel dolore, vissuto nel dono di sè, può essere trasformato. Da vicolo buio, senza uscita, può diventare strada che porta a un incontro nuovo con Dio e con i fratelli. Quando si inizia a percorrere questa strada non possiamo ancora vederne l’uscita; quando entriamo nelle tenebre spesso non riusciamo già ad intravedere la luce. Ma sappiamo che c’è, ci fidiamo che presto verrà a indicarci la via.

Spesso c’è un tempo di silenzio, più o meno lungo, nel quale siamo chiamati a rimanere: è il tempo che intercorre tra la croce e la resurrezione, tra il venerdì santo e la domenica di Pasqua. E’ il sabato santo, il giorno in cui anche la liturgia della Chiesa tace, in cui

è bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore (Lamentazioni 3, 26)

Noi vorremmo subito una risposta, vorremmo uscire subito dal dolore. Nemmeno per Cristo è successo così. Anche lui è rimasto nel dolore della croce, nel silenzio della tomba e nell’abbandono di Dio. E’ questo il tempo in cui viene scavata la nostra fiducia, in cui siamo chiamati a metterci nelle mani del Signore, a credere nel suo amore, anche se non sentiamo né vediamo alcun segno di questo. Tutto ci sembra perdere di senso, la vita sembra scolorire e sprofondare in un grigiore indistinto e noi perdiamo la voglia di continuare, di alzarci per andare avanti

Elia s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra. Desideroso di morire disse: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri” (1 Re 19, 4)

C’è un tempo di deserto, di aridità, nel quale siamo chiamati a rimanere: il tempo che il seme passa sotto terra, prima che la nuova pianta cominci a germogliare. Il tempo che Gesù passa nella tomba, prima che germogli la vita del Risorto. “Tieni il tuo spirito agli inferi e non disperare” dice Dio al monaco Silvano del Monte Athos. Il tempo del silenzio di Dio, nel quale ti senti abbandonato, nel quale la tua vita non ha più senso, non trova più una direzione lungo la quale proseguire ma ti sembra invece stagnante, triste e morta, è il tempo in cui si prepara la resurrezione. Lì puoi lasciarti spogliare di tutto: le tue risorse, le tue capacità, la tua forza d’animo, per fare spazio dentro di te, quello spazio che verrà abitato dalla vita nuova portata dallo Spirito di Cristo.

Chi ci ha preceduto su questo cammino può testimoniarci che poi la luce ritorna, che la strada si apre e la vita ritrova respiro. Dalla prova si esce, portando dentro di sé le ferite della sofferenza subita ma anche la gioia di un amore ritrovato, proprio quando lo credevamo perduto.

Anche la resurrezione, il miracolo più grande, richiede il coinvolgimento della nostra fede. Chiede che ci lasciamo portare dietro Gesù, lì dove le nostre sicurezze vacillano, lì dove non sappiamo più cosa fare e ci sentiamo inutili e incapaci, perché la nostra fede sia davvero piena, perché riusciamo a mettere davvero tutta la nostra vita nelle sue mani. Tutta la vita: il bene che riusciamo a fare, l’amore che riusciamo a condividere, così come i nostri fallimenti, le nostre oscurità, la nostra paura di non farcela. Occorre che lo Spirito di Cristo possa percorrere tutta la nostra esistenza, fin nei suoi lati più oscuri, perché niente rimanga fuori dal suo amore.

Se Cristo entra nella nostra vita per trasfigurarla, per penetrarla del suo Spirito di vita nuova, anche lui viene trasformato dal contatto con la nostra esperienza umana. Se l’incontro tra Cristo e l’uomo è reale, nessuno dei due può rimanere lo stesso. Gesù perciò si lascia toccare dal dolore dell’uomo, lo fa suo, lo lascia bruciare sulla sua pelle e nel suo cuore. La vita di Dio è trasformata perché viene ferita dal dolore dell’uomo che egli è venuto a condividere. Gesù Risorto porta ancora i segni delle ferite della crocifissione. La sua scelta di stare nella nostra vita non era una finzione, era il desiderio profondo di sperimentare la nostra gioia e il nostro dolore. Così Cristo Risorto torna al Padre con queste ferite che sono il segno della sua condivisione con noi. Davanti a Gesù che piange per la morte di Lazzaro, l’altro commento è “guarda come lo amava”. Non è un segno della debolezza o dell’inutilità di Dio. E’ il segno di una comunione vera che Dio vuol vivere con noi.

Questo coinvolgimento vero di Gesù nella nostra esistenza, questa comunione profonda tra noi e lui nella quale ora possiamo entrare, rende possibile che si compia la promessa

vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena (Gv 15, 11)

Viene a dimorare in noi la sua pace, la sua vita, la sua gioia: è questo che ci rende più forti del male che ferisce la nostra vita e quella degli altri. Ci rende capaci di affrontare e superare lo scoraggiamento, la sofferenza, la morte.

La liberazione dal male che Cristo ci porta non avviene per quel gesto di potenza dall’alto che tante volte ancora l’uomo sogna. Avviene al termine della strada che Cristo viene a percorrere insieme a noi, lungo la quale le nostre vite vengono trasformate, a immagine della sua. Finché non viviamo più della nostra forza, ma dello Spirito che viene da lui.