Scampia e dintorni

pdf-iconNon dicono di non aver paura. Semplicemente a un certo punto della loro vita, per strade diverse, si sono trovati davanti a una scelta: o cedere alla camorra o resistere. E si sono accorti che insieme, mai da soli, era possibile resistere e costruire qualcosa di diverso. Questo è il viaggio a Scampia...

Mettendoci in viaggio per Scampia, non eravamo riusciti a evitare qualche battuta stupida del tipo: “ti sei ricordato di portare il giubbotto antiproiettile?” e anche arrivando lì la nostra curiosità faceva cadere lo sguardo sugli squallidi palazzoni che fiancheggiano i grandi viali che attraversano il quartiere o sul campo rom che si incontra appena fuori dallo svincolo dell'autostrada.
Poi, mentre il nostro pullman sostava paziente in quello che a noi pareva una sorta di deserto urbano, ci ha raggiunto l'auto di Ciro, la nostra guida. Una guida venuta a mostrarci non quello che fa godere gli occhi, ma quello che riscalda il cuore.

Ciro coi suoi amici cercava di dare delle possibilità diverse ai ragazzi di Scampia: andare a scuola, imparare un mestiere, guadagnarsi da vivere con un lavoro onesto. Qualcosa che fosse un'alternativa reale a quella di finire nella manovalanza della camorra. Sono andati in Comune a chiedere se a Napoli c'erano beni confiscati alla camorra: la risposta è stata che no, non ce n'erano.
Con un po' d'insistenza poi invece sono saltati fuori e l'associazione di Ciro è riuscita a farsi assegnare una bella azienda agricola su una collina appena fuori Scampia, confiscata al clan locale e già coltivata a frutteto e a vigneto.

E' facile immaginare come ci voglia un bel coraggio anche solo ad entrare in un posto del genere: la camorra non si rassegna facilmente a perdere il controllo del territorio e tanto meno delle sue proprietà.
Anche a Ciro sono toccate intimidazioni di vario genere, la visita di un uomo del clan, le minacce, gli atti di vandalismo: il cancello bloccato, le canne dell'impianto di irrigazione tagliate una settimana prima della raccolta delle pesche.

Una mattina Ciro e gli altri arrivano al vigneto e ci trovano tre fosse scavate nella notte: tre tombe pronte per loro, il messaggio è chiaro. “A queste intimidazioni bisogna reagire – ci spiega – altrimenti mostri che hai paura e ti fai mettere sotto”. Così vincendo la paura che pure c'era si sono fatti fotografare (di spalle, sottolinea con finezza Ciro) mentre pisciavano dentro le fosse. Poi ne hanno fatto dei manifesti e hanno tappezzato il quartiere con quelle foto. Una sfida che solo a sentirla raccontare fa venire i brividi.
Al momento della vendemmia poi gli hanno rubato il trattore: han chiamato rinforzi e in quarantacinque persone hanno vendemmiato a mano portando l'uva di peso fin giù in strada. “Adesso” ci mostra con soddisfazione “ci siamo ricomprati il trattore, uguale a quello di prima, anche dello stesso colore”.

Adesso oltre a loro su quella collina ci lavorano dei ragazzi minorenni che stan scontando condanne per reati che hanno commesso: nel lavoro trovano una possibilità di riscatto che il carcere da solo non gli potrebbe dare. Per loro Ciro e gli altri stanno anche pensando a una comunità di accoglienza da sistemare in un edificio scolastico dismesso che sono riusciti a farsi assegnare dal Comune.
In realtà la scuola era diventata un centro di spaccio di droga e vi soggiornavano giorno e notte spacciatori e tossicodipendenti. C'è voluto un anno per ripulire tutto e adesso possono partire i lavori di ristrutturazione, che verranno realizzati insieme a varie altre associazioni del territorio, sociali, sportive, culturali: dove la camorra vendeva morte, questa gente di Scampia ci riporterà la vita.

Ascolti queste storie, raccontate con naturalezza, senza calcare sui toni drammatici, senza atteggiarsi da eroi, condite col buon umorismo napoletano, e ti chiedi come hanno fatto. Come hanno fatto Ciro e gli altri, cresciuti giocando a pallone coi figli dei camorristi, andati a scuola attraversando le piazze dello spaccio, a prendere un'altra strada, o anche solo a immaginare che un'altra strada fosse possibile, per sé e per gli altri.
“Si può fare” è il ritornello che sentiamo ripetere a Scampia, come a San Cipriano d'Aversa, a Castelvolturno, nelle terre dei Casalesi che ora vogliono chiamarsi le terre di don Peppe Diana, il parroco di Casal di Principe ucciso dalla camorra vent'anni fa.

Anche lì incontriamo altri giovani come Ciro, altre cooperative, altri beni confiscati alla camorra presi in gestione da queste associazioni: terreni agricoli, un caseificio, una villetta, con dentro contadini, casari, disabili psichici, ex internati nell'ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, giovani portati via alla camorra.

Un'umanità che risorge trasformando un sistema di morte in uno di vita. Ancora nel 2011 qui sono stati ammazzati dieci imprenditori che avevano denunciato il racket delle estorsioni. Guardi questi giovani e pensi come sia possibile pensare di cambiare questa cultura di oppressione, di dominio, di omertà, che ha ancora legami forti anche con la politica, di tutti i colori. Come sia possibile avere il coraggio di mettersi contro tutto questo. Li guardi e vedi che lo stanno già facendo. Con determinazione e allegria, sentendo la forza del gruppo più che la propria. Senza piangere sui mali del passato, senza lamentarsi delle difficoltà del presente, ma con lo sguardo dritto nel futuro: sanno come lo vogliono e si lasciano guidare da questa speranza che già sta diventando realtà

Guardiamo questi ragazzi e queste ragazze, questi giovani uomini (son tutti sotto i quarant'anni) e ci accorgiamo improvvisamente che esiste un altro Sud che nessuno vuole raccontarci, gente che ha rischiato la vita per creare possibilità di lavoro onesto e legale.

In piena “terra dei fuochi” il loro caseificio produce mozzarelle di bufala pulite: pulite dai rifiuti tossici sversati qui dalle aziende del nord Italia che pagavano la camorra per questo servizio, pulite dall'illegalità dei capitali che la camorra ha reinvestito nelle aziende “normali”.

Non dicono di non aver paura. Semplicemente a un certo punto della loro vita, per strade diverse, si sono trovati davanti a una scelta: o cedere alla camorra o resistere. E si sono accorti che insieme, mai da soli, era possibile resistere e costruire qualcosa di diverso.

D'estate queste cooperative si riempiono dei giovani di tutta Italia che partecipano ai campi di lavoro organizzati da Libera. A Pasquetta hanno riempito le aziende confiscate di gente che ci andava a far festa, a mangiare e a ballare insieme, per mostrare che non si deve aver paura di riappropriarsi degli spazi che la camorra aveva sottratto alla comunità civile.

Qui al nord continuiamo a sentir parlare della Campania come di una terra dove non si lavora, sporca e inquinata, in mano alla malavita. Ma noi abbiamo incontrato gente che lavora e crea lavoro rischiando la pelle, sottraendo persone e consenso alla camorra, in un territorio splendido, su di una terra fertile in cui la percentuale inquinata dai rifiuti tossici è inferiore al cinque per cento. E ci sentiamo in dovere di dirlo e di ripeterlo, perché continuare a propagandare solo immagini negative soffoca queste forze buone che stanno crescendo e diventa l'ennesimo regalo fatto alla camorra e a chi vuol far credere che non è possibile cambiare sistema. Mentre invece si può fare.