Sentilj

Al confine tra Slovenia e Austria, dopo transitano i profughi diretti a Nord. Il vigile del fuoco austriaco di turno al campo di transito per i profughi in arrivo dalla Grecia ci spiega come funziona: passano il confine per gruppi di 50, entrano in un tendone dove chi vuole si fa identificare e registrare, poi vengono caricati sui bus...

... che li portano in Germania.

“Da dove venite voi?” ci chiede “dall'Italia” “dall'Italia? Avete tanta merda anche lì da voi, eh”. Dal che si capisce che per lui tutta questa gente che arriva lì dopo aver attraversato i Balcani è solo un problema in più da risolvere, e nel modo più rapido possibile. “Bisognava affrontare il problema all'inizio, bisognava reagire due anni fa, quando hanno cominciato ad arrivare in Italia. La Spagna, la Francia, l'Italia, anche la Germania, hanno la Marina: dovevano mettere le navi in mezzo al mare e quando arrivavano le barche coi migranti rimandarle indietro”.

Anche qui, a quanto sembra, non hanno ben presente la complessità della situazione.

Dopo i primi giorni di emergenza però si sono organizzati bene, sia dalla parte slovena che da quella austriaca: grandi tendoni riscaldati per dormire, mensa e posto medico gestiti dalla Croce Rossa, polizia ed esercito che sorvegliano la situazione.
Qui i migranti arrivano dalla Croazia in bus o in treno, sostano il tempo che serve a rimettersi un po' in sesto e a espletare le procedure burocratiche e poi ripartono per il nord Europa. Il valico di frontiera è stato chiuso, così come le strade di accesso: per andare in Austria bisogna necessariamente prendere l'autostrada. Per la strada statale invece passano solo i profughi e quelli che lavorano per loro. I treni che trasportano i migranti non fermano alla stazione del paese, che si trova 500 metri più indietro, ma direttamente davanti al campo sloveno, su di una banchina improvvisata costruita per l'occasione: un terrapieno recintato.

In questo modo il passaggio è più rapido ed efficiente e soprattutto diventa praticamente invisibile agli occhi degli abitanti di Sentilj e Spielfeld, i due paesi di confine. Certo, questo dà più dignità e sicurezza ai migranti rispetto ai bivacchi improvvisati di qualche settimana fa, ma li ha anche trasformati in pacchi da spedire avanti il più presto possibile, per non disturbare l'opinione pubblica che non li vuole tra i piedi.

Tra i campi girano però anche diversi volontari di diverse organizzazioni: quelli della Caritas e dell'UNHCR e quelli di varie ONG. Parliamo con un ragazzo sloveno che ci spiega che il suo gruppo è coordinato da un croato, ci sono anche cinque tedeschi, un italiano, una ragazza polacca e una ceca.
Sono nella terra di nessuno e aiutano i migranti al loro passaggio dal campo sloveno a quello austriaco. Altre organizzazioni sono autorizzate a operare direttamente dentro i campi. Ci sono volontari che operavano ai valichi con la Croazia e quando questi sono stati svuotati sono venuti a dare una mano qui, dove il flusso è ancora forte. Questa notte sono arrivati in 2500, ma per il fine settimana se ne attendono circa 10 000.

Se per le forze dell'ordine i profughi sembrano principalmente un problema da risolvere, per questi volontari sono invece un richiamo irresistibile a sentirsi responsabili ed essere presenti di persona in questa storia che scorre sotto gli occhi distratti della vecchia Europa.

Un giornalista tedesco ci indica le auto della polizia che stanno arrivando davanti alla banchina “fanno così quando sta per arrivare un treno”. E in effetti dopo qualche minuto il treno arriva e scarica qualche centinaio di persone. Scendono tra due ali di poliziotti e soldati col fucile mitragliatore imbracciato e le mascherine sulla bocca, hanno anche un cane lupo.
I profughi invece sono famiglie intere coi bambini, qualcuno in braccio al papà perché è ancora troppo piccolo per camminare. L'unico segno gentile in mezzo a questa accoglienza militare è una donna poliziotto in testa alla colonna che si va formando. I profughi vengono prima avviati in fila per uno e poi incolonnati in varie file parallele. Tutti restano in silenzio, l'unica voce che si sente è quella del poliziotto che grida in inglese di restare in fila.

Poi così inquadrati vengono avviati al campo, scortati dai poliziotti e dai soldati, in coda un'auto della polizia e una dell'UNHCR. Passando davanti a noi, un giovane ci saluta sorridendo. Due camminano con le stampelle. Nel breve tempo che rimangono fermi davanti a noi mentre si forma la colonna completa, non posso fare a meno di scorrere lo sguardo su quei volti cercando di indovinare la storia e i sentimenti che si portano dentro.

Vengono da lontano, da un mondo che non conosco, da un dolore che non conosco, eppure sento che mi lacera il cuore. Quelle famiglie con la vita distrutta da altri uomini, adesso devono sottostare agli ordini della polizia e dei soldati di questo paese che non conoscono. Devono passare per i percorsi obbligati segnati dalle reti e dalle transenne. Verranno caricati sui bus guidati dagli autisti con le mascherine e spediti oltre. Ma usciti di qua continueranno ad avanzare, come un torrente che scorre sgusciando tra i sassi e trovando sempre una nuova fessura per cui passare.

Non trovo paura o disperazione nei loro volti. Solo il riflesso dell'infinita pazienza che li ha portati fin qui, la costanza di camminare insieme portandosi dietro anche i vecchi e i bambini. Parole e immagini già sentite e viste in tanti video, ma che adesso su questo confine sloveno prendono un volto, una carne, un odore. Non mi viene da dirgli niente, poi mi ricorderò che almeno un saluto in arabo lo conosco, ma in quel momento non posso che tacere, in un infinito rispetto per la grandezza d'animo di quegli uomini e donne che mi sfilano davanti col loro carico di fatica e di voglia di vivere.

Quando entrano nel campo, scomparendo dietro le tende, escono due operai in tuta bianca che vanno a ripulire la banchina dove il treno ha scaricato i profughi. Gli operai raccolgono ogni carta e sacchetto rimasti. Così sparisce ogni traccia del loro transito. Le forze dell'ordine hanno fatto il loro dovere, ricevendo il trasporto e inviandolo oltre, nella maniera più rapida ed efficiente possibile, in modo da non disturbare gli abitanti del posto. Non possiamo eliminare i profughi, ma possiamo certo farli sparire dentro questi “corridoi umanitari”. Se nessuno si accorge del loro passaggio sarà meglio per tutti. Eppure anche dentro al campo adesso ci sono i volontari sloveni che han voglia di accorgersi di loro, che hanno scelto di stare davanti ai loro volti e alle loro storie.

Perché quelle storie forse han qualcosa da insegnare anche a noi. Perché quelle storie sono forse oggi la nostra storia.