Ceuta: muri e ponti tra Africa ed Europa

Stiamo camminando verso la Playa del Chorrillo, una delle spiagge più belle di Ceuta, su una strada dove bouganville di ogni sfumatura di viola si intrecciano al filo spinato e alle murette presenti in tutta la città. Con noi ci sono alcuni ragazzi conosciuti al Centro San Antonio, dove al mattino siamo volontari.

Quando siamo partiti con l’idea di prestare servizio a giovani migranti, non ci saremmo immaginati di trovarci di fronte a ragazzi così aperti e allegri. La realtà mostrata dalla televisione e dai giornali è sempre tragica, si vedono facce di persone disperate, dopo lunghi e difficili viaggi non ancora conclusi. Al Centro San Antonio, invece, abbiamo visto un’altra realtà: ragazzi della nostra età, dai 15 ai 25 anni circa, molto determinati e motivati nell’imparare lo spagnolo, lingua di comunicazione a Ceuta e in Spagna, dove sono diretti, e molto disponibili a conoscerci, a farsi conoscere e diventare amici. Già dopo due soli giorni insieme, ci siamo ritrovati a passare un divertente pomeriggio in spiaggia. Tra il calcio e il tennis, la musica e le chiacchierate in un misto di lingue che neanche noi sapevamo di capire, ci siamo resi conto di quanto siano facili e belli lo stare insieme e il condividere anche piccole cose. E’ proprio questo quello ci siamo ritrovati a vivere a Ceuta: trascorrere la quotidianità e semplicità di ogni giorno, insieme a ragazzi che, probabilmente da tempo, non vivono la normalità dell’andare a scuola, dello stare in famiglia e con gli amici, del sentirsi amati. Alcuni di loro ci hanno raccontato parte del loro viaggio: da Paesi dell’Africa occidentale, come Guinea e Camerun, sono spinti da povertà, conflitti e dittature a spostarsi verso un posto migliore, verso un “mondo di speranze e sogni”, cioè l’Europa. C’è chi sogna di diventare un calciatore professionista, chi un giornalista in Francia, chi fa l’artista dipingendo materiali di recupero come buste di carta o ancora chi desidera raggiungere amici e familiari. Quando partono dal porto di Ceuta, diretti alla “Penisola”, come dicono loro intendendo la Spagna continentale, hanno con sé solo uno zainetto e una borsa di plastica con qualche vestito, non sanno cosa li aspetta, eppure sono gioiosi, si abbracciano ed esultano. Con il traghetto attraversano lo stretto di Gibilterra, le mitiche colonne d’Ercole che segnano il confine tra il mondo conosciuto e quello sconosciuto. Così, si avventurano verso un futuro ignoto, non con paura, bensì con una fede e gioia piene, nate dalla disperazione del loro passato.

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In questo viaggio, Ceuta rappresenta un luogo chiave: è una piccola lingua di terra che si sporge dall’Africa, è la porta per l’Europa, è il ponte tra un mare e un oceano e tra due continenti. Da sempre, fin dal tempo dei Cartaginesi e dei Romani, la sua posizione strategica la rende terra di passaggio di molte culture, commerci e imprese militari. Terra di passaggio, di confine, significa luogo di scontri e incontri. Infatti, abbiamo incontrato persone di diverse religioni e culture: dai ragazzi musulmani del Centro alle cattoliche Hermanitas de Jesùs, dagli ebrei per strada agli induisti in processione per la dea Ganesh. Ci siamo anche scontrati con le molteplici zone militari della città, dove soldati spagnoli si addestrano ancora, con i confini marcati da doppie barriere metalliche e filo spinato, sorvegliate continuamente dalla polizia, e con la disciplina e l’organizzazione rigorosa del CETI, il centro d’accoglienza per maggiorenni.

“Ceuta è la città dei contrasti” ci aveva spiegato Suor Luigina con il suo grande sorriso. Quando abbiamo attraversato la frontiera con il Marocco in direzione Tangeri abbiamo realizzato ancora più a fondo cosa intendesse. Ci siamo ritrovati in coda in mezzo a stretti corridoi e persone di ogni tipo: da un lato, poliziotti vestiti di scuro che controllano più volte i documenti dei passanti, dall’altro marocchini che cercano di vendere permessi di passaggio in realtà gratuiti, e, ancora, uomini che dall’alto della collina osservano chi passa, qualche migrante che corre e cerca di sfuggire ai controlli, come anche gente comune, spagnola e marocchina, bianca e nera, cristiana e musulmana, uomini e donne… Grazie alla socievolezza di Suor Luigina, abbiamo conosciuto una delle cosiddette “mujeres portadoras”, donne marocchine, spesso vedove, che vengono pagate, o meglio sottopagate, per trasportare qualsiasi tipo di merce da Ceuta al Marocco.

Anche a Benzù, altra località di confine col Marocco, abbiamo vissuto un’intensa esperienza di incontro. E’ stato in qualche modo commovente vedere i ragazzi del CETI in piedi su una muretta mentre osservavano la barriera che loro stessi avevano oltrepassato dopo settimane o mesi di stenti nella foresta marocchina, mentre ricordavano quei momenti e ringraziavano Dio di essere entrati in territorio spagnolo. Parlavamo lingue diverse e soprattutto appartenevamo a due diverse religioni, eppure abbiamo pregato insieme. I ragazzi cattolici che parlavano francese hanno iniziato il rito, per poi lasciare la parola ai “fratelli musulmani” e ai “fratelli italiani”. Ci siamo veramente “uniti” in preghiera, provando un forte senso di coesione e fratellanza. Uno degli stessi ragazzi musulmani ci ha confidato che possiamo avere pratiche diverse o chiamare Dio con un nome diverso, ma Lui è sempre lo stesso. “Allah is power” e “Dio è potente” avevano scritto su un foglio a casa di Suor Luigina.

Spettacolare è stato anche l’incontro con la comunità induista di Ceuta. Durante la processione alla divinità Ganesh, con balli, tamburi e lanci di polveri colorate, induisti e cristiani si sono reciprocamente omaggiati: mentre i primi consegnavano un’offerta a Santa Maria d’Africa, patrona della città, i secondi li hanno accolti con un canto a Ganesh. Due gesti che sono simbolo della pacifica convivenza tra due comunità religiose.

In questa città di confine, così ricca di culture, religioni e storie di vita, abbiamo ricordi di incontri e scontri: da un lato gli alti e lunghi muretti, il filo spinato, i soldati che si addestrano, dall’altro spagnoli e camerunesi sulla stessa spiaggia, chiese cattoliche e moschee nella stessa via, squadre di calcio di bianchi e di neri che si divertono insieme. Proprio come il calcio divide in squadre e poi unisce nel gioco, così anche Ceuta racchiude realtà così apparentemente diverse ma comunque conviventi. Le esperienze di incontro che abbiamo visto e vissuto lì, soprattutto coi ragazzi, sono un seme di speranza per tutti noi; popoli così diversi possono serenamente vivere e condividere, poiché, dopotutto, “sono solo gli occhi a vedere i colori”, non il cuore. Il nostro augurio è che tutto questo non rimanga soltanto un’esperienza di confine, ma, come quei bouganville fioriti tra il filo spinato, possa crescere anche altrove.

                                                                                                                                                   Alison Zago