Srebrenica

pdf-iconE' stato il teatro di uno dei più sanguinosi genocidi della storia intera d'Europa. Nel luglio 1995 ottomila musulmani bosniaci sono stati massacrati dalle truppe serbo-bosniache guidate da Ratko Mladic; l'intera zona si trovava in quel momento sotto la tutela delle Nazioni Unite che avrebbe dovuto difendere la popolazione.

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srebrenica 1RACCONTO DI VIAGGIO: L'ARRIVO
La Bosnia ci accoglie sotto la pioggia. Le nuvole basse sui boschi che coprono le colline sembrano voler nascondere le tracce della tragedia di 16 anni fa che siamo venuti a cercare.

Srebrenica: il peggior massacro in Europa dai tempi della seconda guerra mondiale. In otto giorni i soldati serbi del generale Mladic uccidono ottomila civili musulmani.

Nel 1992, all'inizio della guerra, arrivano in questa cittadina quarantamila profughi che scappano davanti all'avanzata dei serbi. Vengono accolti in qualche modo. “Erano in sessanta a casa mia – racconta una donna – con un solo bagno per tutti”.
Nel 1993 l'Onu dichiara ufficialmente l'area di Srebrenica “zona protetta” e schiera i caschi blu a difendere la popolazione civile. E' la prima volta nella storia dell'Onu che viene presa una iniziativa simile. Ma è una farsa.

LUGLIO 1995
Nel luglio del 1995 i serbi attaccano la città. I caschi blu olandesi lasciano fare. Sarebbero 600, ma 150 sono in licenza e non vengono fatti rientrare. L'11 luglio i serbi entrano in città, mentre i caschi blu sono nella loro base di Potocari, a 3 chilometri dal centro. Lì si riversa la gente, terrorizzata. Solo in cinquemila possono trovare rifugio nella base olandese. Altri ventimila vengono lasciati fuori, finché arrivano i serbi che cominciano a separare i maschi tra i 12 e i 70 anni dalle donne e i bambini. Tutti gli uomini vengono portati via e uccisi. Quelli che erano scappati nei boschi vengono inseguiti e uccisi. I superstiti raggiungono Tuzla, in territorio musulmano, dopo cinque giorni, stremati.
Dopo due giorni dall'arrivo dei serbi fuori dalla base olandese non c'è più nessuno. I serbi chiedono agli olandesi di far uscire gli altri. Così avviene e si ripete la selezione: i maschi uccisi, le donne e i bambini spediti a Tuzla.

Srebrenica per noi è Hasan che qui perse il padre e il fratello. Lui aveva 17 anni. E' di quelli che riuscirono a salvarsi raggiungendo Tuzla a piedi per i boschi. Quando hanno trovato i resti del fratello son venuti a fare l'esame del DNA alla madre per poterlo identificare.

Ci mostra un filmato straziante, di quelle immagini vere che la TV non mostra mai, altrimenti la gente capirebbe che la guerra non è un videogioco.
Si vede Mladic che entrando a Srebrenica dice “dopo le rivolte contro i Turchi abbiamo restituito Srebrenica alla nazione serba”; “Ora ci prendiamo la vendetta sui musulmani” e incita “a Potocari”. Lì si vede la folla immensa, accalcata, impaurita. I soldati dell'Onu schierati sul confine della loro base a difendere se stessi. Poi le immagini dei serbi che arrivano. Hasan ce ne indica uno su una foto: lo conosce, abita tuttora a Srebrenica, è un suo compaesano.
Si susseguono i racconti delle donne che ricordano il momento della separazione dai mariti e dai figli. Le ultime immagini e le ultime parole che si porteranno dentro per tutta la vita.

COS'E' SREBRENICA OGGI?
A Potocari, 16 anni dopo, c'è ancora ben poco: la fabbrica abbandonata dove sono raccolte un po' di foto e di reperti e un prato con 8.372 tombe. E' un ricordo scomodo: per la Bosnia che dovrebbe superare quell'odio, per i Serbi che spesso ancora negano il massacro. Ma anche per noi: per l'Europa e per l'ONU che sono stati a guardare cercando solo di trovare la via migliore per venire a comandare anche qui.
Eppure abbiamo bisogno di questo ricordo.
Per capire che la guerra non è fatta da gente primitiva, feroce: è fatta da gente normale, come noi, che manda i figli a scuola e fa sacrifici perché arrivino all'università. I giovani seduti sul muretto, gli uomini al bar con la birra, le donne con la borsa della spesa. La gente in piazza a Sarajevo che gioca a scacchi sul selciato dipinto a quadri bianchi e neri. Non è gente selvaggia, quella che fa la guerra. E' la guerra che, una volta innescata, ti rende selvaggio, animale, ridotto solo all'odio e all'istinto di sopravvivenza. Forse non basta il ricordo di un massacro per superare quest'odio. Diceva il cardinal Martini che la memoria della propria sofferenza non è sufficiente per generare la pace. E' necessaria anche la memoria della sofferenza dell'altro.

LA MEMORIA DELLA SOFFERENZA,
LA PROPRIA E QUELLA DELL'ALTRO
La troviamo a Jasenovac, al confine tra Bosnia e Croazia. Qui tra il 1941 e il 1945 gli ustascia croati uccisero quarantaseimila serbi, più altri quarantamila tra rom, ebrei e musulmani. Ecco la sofferenza degli altri, delle vittime di ieri diventate i carnefici di oggi.
Ci diceva un frate francescano a Sarajevo: “Tutti, quando siamo in minoranza, siamo tolleranti e disponibili al dialogo. Ma tutti – ortodossi, musulmani e anche cattolici – quando siamo in maggioranza, cambiamo molto”.
Era forse per questo che Gesù partiva sempre dalle minoranze.

In centro a Sarajevo, nel giro di cinquecento metri, si trovano ancor oggi la moschea, la cattedrale cattolica e quella ortodossa, e perfino la sinagoga degli ebrei, accolti qui nel 1492 quando furono cacciati dalla cattolicissima e intollerante Spagna. La guerra ha voluto distruggere questa possibilità di convivenza. La pace non può rinascere che dal rispetto dell'altro, del diverso, di chi è meno forte o meno numeroso di noi. Anche perché, prima o poi, tutti siamo stati o saremo minoranza.
                        
PREGHIERA INCISA NELLA PIETRA AL CENTRO DEL CIMITERO DI SREBRENICA
Nel nome di Dio, il più misericordioso, il più compassionevole
Noi preghiamo Dio Onnipotente: possa il lamento diventare speranza, possa la vendetta diventare giustizia, possano le lacrime delle madri diventare preghiere.

Che non ci sia più un'altra Srebrenica per nessuno e in nessun luogo.