Ingombro

L. viene dall’Afghanistan e non ha un burqa a coprirle il viso. Ha però qualche stratificazione di rabbia e di dolore che svolgono in parte lo stesso ruolo. Mostrandole il video sui “Monti Sibillini”...

... che il mio amico Marco ha realizzato per lei (per loro), ha sgranato gli occhi, si è drizzata sulla schiena e, quasi in estasi, ha esclamato: "Ma è come l'Afghanistan! L'Italia è bella come l'Afghanistan!"
Quando l’ho incontrata, ormai sei mesi fa, aveva lo zainetto pieno di antidepressivi, di antidolorifici, di anti-tutto. Mostrandomi le prescrizioni del dottore, ricordo di aver sentito un “crac” diffuso dentro lo stomaco, di aver pensato molte cose differenti, in sostanza solo una: quante medicine servono per scansare un dolore?
Una volta mi ha mostrato una foto: c’era lei seduta sul divano bianco della sua casa di Kabul, accanto sorridenti stavano i suoi due bambini, suo marito e la sua mamma. Lei era senza velo, vestita di colori primaverili, ad abbracciarle il collo, un foulard celeste chiaro. Notando che fissavo l’immagine, ha voluto rispondere a una domanda che non avevo posto: “No … io non ce l’ho, il velo, quella cosa m’ingombra!”.
Irriverente, simpatica ma sempre attenta a non mancare di rispetto a nessuno. Non sapeva leggere, scrivere e neppure far di conto ma conosceva con incredibile perfezione ogni tratto di strada del suo splendido Paese. Aveva viaggiato moltissimo, raccontava al suo papà che sarebbe diventata un’esploratrice, poi una guida turistica, infine una semplice viaggiatrice. Quando gli amici le chiedevano se fosse pazza, lei rispondeva che i matti erano loro, a non volere uscire dalle strade dei loro quartieri. La mamma la sgridava per la spudorata sfacciataggine, lei chinava il capo, chiedeva scusa e ripartiva. L’ultimo viaggio è quello che l’ha portata in Finlandia, dopo una lunga sosta in Iran, un rapido indugio in Turchia e infiniti passaggi tedeschi.
Alcune storie non si possono raccontare, neppure quando i protagonisti arrivano con la semplice iniziale. Così mi fermo qui e di L. racconto il sorriso smisurato, scatenato da un video inatteso, che aveva certo lo scopo non palesato di risvegliare certe passioni sopite.
Ho sempre pensato che non basta essere scampati a una guerra, per sentirsi fortunati. Non credo si possa augurare questo a un uomo, a una donna, all’intero genere umano.
Occorre credere che esista anche altro, avere una passione, un ideale da inseguire, rincorrere o dissotterrare, se i drammi di un pezzo di vita hanno contribuito a mascherarlo.
L. ha ricordato le montagne della sua Terra, vestite d’estate e d’autunno, solcate dai suoi piedi, quando in testa aveva grandi sogni e sentiva la guerra come un pensiero lontano, tanto distante da mostrarsi affare di altri.
Grazie a Marco, alla sua follia e al suo gesto di solidarietà, quelle montagne hanno ripreso le stesse tinte che avevano un tempo.
Mai i miei Sibillini sono stati tanto vicini all’Hindu Kush!
https://vimeo.com/124093359