Che lingua parla Dio?

Di quella classe, era stato il primo a parlare, il meno timido, quello che sembrava più avvezzo alla gente, al pubblico. Forse proprio per questo sarebbe apparso presuntuoso...

A essere onesta non avrei mai creduto che potesse piangere. Verosimilmente ero certa che il suo fosse un modo schivo e silenzioso di commuoversi. Nascosto pure.
Di quella classe, era stato il primo a parlare, il meno timido, quello che sembrava più avvezzo alla gente, al pubblico, al contatto con gli altri. Forse proprio per questo, a lettura superficiale, sarebbe quasi apparso presuntuoso, troppo sicuro di sé, almeno ben oltre la convenienza. Perché?

L’unico che parlasse inglese perfettamente, in una classe in cui pure studenti provenienti dallo stesso Paese, faticavano a comprendersi. Il solo che potesse vantare una conoscenza più approfondita della cultura finlandese, che fosse in grado di sostenere da subito conversazioni complesse con l’insegnante.
Poter ascoltare, capire, rispondere e interagire liberamente: ecco cosa muore troppo spesso, dentro questo nostro mondo. Una condizione di estremo disagio, che partorisce panico, incomprensione, barriera.

Partiva col piede già rialzato, lui.
La T-shirt a righe rossa, sui jeans attillati, mi restituiva l’immagine nota dell’Africa, nonostante venisse dall’altra parte, lì dove l’oceano Atlantico è nostalgico, sbatte onde arrabbiate, onde che non sanno arrendersi. Lì, dove il Senegal avvolge come un abbraccio, un po’ troppo invadente, quella striscia di terra sottile come la pellicola che uso per laminare il materiale scolastico.
Quando indicai il suo Paese sulla lavagna luminosa, in un moto di egemonia occidentale recondita, mi sono sfuggite parole stupide, questo qui è il Gambia, ho detto, questo piccolo Paese.

Lui si è alzato in piedi, su quegli stessi piedi che hanno inciso chilometri e chilometri di deserto, tirando col naso, nel modo tipico di certe latitudini, mi canta, non è piccolo, è grande! Grande Gambia!
Ricordo di essermi vergognata, di aver sorriso e riso insieme a lui, di aver chiesto scusa con simpatia, dichiarando la totale faziosità delle misure geografiche. Misurare col cuore è diverso, si sa.
Così fluido come solo i sentimenti sanno essere, come solo gli uomini possono essere.

La stima nasce dietro qualche foglio di carta, una matita gialla, una gomma e pochi pezzi di plastilina, usati per incollare le etichette con i nomi alle cose che le rappresentano. Plastilina blue.
La fiducia cresce dietro alle sue spalle, quando mi vede sedere a lungo accanto al suo compagno di classe.
Di terra africana, come lui, un po’ più al centro, dentro confini più ampi.

Ha capito che poteva fidarsi di me, benché fossi donna, sebbene avessi il colore della pelle bianco, nonostante i miei capelli fossero ribelli, tanti e sempre sciolti.
La fiducia colorata, come pezzi di lego morbidi, grossi e piccoli. A volte anche duri.
Osservandomi senza mai guardare, riconoscendo l’assiduità con cui aiutavo il suo amico in grande difficoltà, deve aver intuito qualcosa o semplicemente ha deciso di farsi un dono: l’occasione di credere in un marziano. Me stessa, un alieno che osava riconoscerlo come essere umano.

Quando usciva per la ricreazione, aveva sempre l’auricolare all’orecchio. Uno. L’altro appoggiato alla spalla. Pensavo ascoltasse musica, invece pregava.
Ho imparato insieme a lui che il Corano può somigliare a una melodia, che accompagna la solitudine e la moltitudine, che assembla arte dei suoni e della parola. Che si può disegnare, in un flusso di coscienza accurato che cesella, intaglia, scolpisce. E rasserena, interroga, non interpreta ma guida verso qualcosa che sta oltre la comprensione umana.

Capisci tutto? - gli ho chiesto dal basso. No, mi ha risposto serio, però non ne ho bisogno.
Perché forse non è così indispensabile capire Dio. E ancora di più, non è neppure necessario fraintenderlo in una lingua, dentro una forma, in mezzo a una cultura.
Lui ne sa parecchio più di noi, che continuiamo a modellarlo dentro le nostre piccole menti.
Ho ripensato alla mia faccia da ebete, quando sedevo in Chiesa accanto alla mia nonna Lina e, ascoltando certi salmi, mi chiedevo in che lingua fossero stati scritti, da chi, per cosa. Ho ripensato ai canti che non capivo, ma cantavo, alle parole che ripetevo. Alle volte in cui chiedevo, che vuol dire? e nonna provava a spiegare con parole semplici quello che in seguito non avrei afferrato neppure con la maturità, attraverso parole complesse, ben digerite anche.

A Dio puoi solo credere. E se la vita ti guida verso la direzione opposta, non sarà la delucidazione a riportarti indietro. Che lingua parla Dio?
Non mi sono permessa di rivolgere questa domanda.

Uscendo da un’altra classe, un giorno di maggio, l’ho visto che armeggiava davanti ad uno dei computer sistemati lungo i lati del corridoio della scuola. Gli ho rivolto il saluto, lui mi ha chiesto aiuto.
Vorrei far venire qua i miei tre bambini, devo compilare dei moduli online, non so come si fa.
In certe occasioni non serve fare altre domande, s’intuisce il disagio, non si deve rendere più pesante ciò che sovraccarica già di suo.
Abbiamo scaricato insieme i moduli, li abbiamo compilati durante la pausa pranzo, ho avuto modo di parlare un po’ con lui. Di conoscere il suo più grande dolore.
Dopo quel giorno, lui non è cambiato. Non sono cambiata io.
L’ultimo giorno di scuola, però, ha pianto lui, ho pianto tanto pure io. Non sarà più il mio studente fiero e pedante. “Good luck”, mi ha detto, abbracciandomi tra le lacrime. In inglese. In quella lingua che lo faceva emergere, che gli ha salvato la vita infinite volte.
Occorre sempre lasciar andare qualcuno, in questa nostra umana eternità.
Non ci si rassegna mai a questo.