Velika Kladusa: oltre il confine

Il sole illumina le basse colline, bianche di brina, dopo le quali c’è la frontiera tra Croazia e Bosnia. E’ un paesaggio aperto, che invita a spaziare con lo sguardo e a cercare l’orizzonte. Ma per chi non ha il passaporto di un Paese ricco il confine è chiuso. Qui finisce l’Europa e comincia il mondo degli “altri”, che non hanno il permesso di entrare.

Gli altri rimangono bloccati a Velika Kladusa, cittadina di 5000 abitanti al limite occidentale della Bosnia, che d’inverno ospita 500 migranti curdi, siriani, irakeni, iraniani, afgani, pakistani, algerini e tunisini, arrivati qui a piedi dalla Turchia. L’estate scorsa erano il doppio, ma d’inverno qui fa freddo e molti preferiscono andare in Serbia, cercare di guadagnare qualcosa per ripresentarsi qui in primavera e rientrare nel gioco, “the game”, come lo chiamano qui. Il gioco è quello di provare a passare il confine di notte, in mezzo ai boschi, per entrare in Europa evitando le mine rimaste qui dalla guerra degli anni ‘90 e sfuggendo alla sorveglianza della polizia croata. Se ti prendono, ti fracassano di botte. C’è chi ci ha provato decine di volte, chi è rimasto svenuto nei boschi per i colpi presi in testa, chi è morto per i traumi subiti o per il freddo. Qualcuno, ogni tanto, riesce anche a passare e a continuare il viaggio verso l’Italia o la Germania.

Quando hanno cominciato ad arrivare qui i migranti, all’inizio del 2018, la gente di Velika Kladusa spontaneamente li ha aiutati, portandogli vestiti e cibo. Un ristorante del paese ha cominciato a offrire pasti gratis e quando ha finito le scorte la gente ha cominciato a dare soldi perché l’attività potesse continuare. Adesso il servizio è coordinato da un gruppo di giovani volontari, bosniaci, tedeschi, austriaci e italiani che ricevono aiuti anche dall’Olanda e riescono a dare a tutti un pasto caldo ogni giorno. Sotto al ristorante c’è il negozio dei vestiti. Lo chiamano negozio, anche se ovviamente non si paga nulla, perché cercano che ci sia un certo assortimento, in modo che i migranti possano scegliersi i vestiti che più gli piacciono: occorre dare dignità, riconoscerli come persone. Per questo ci hanno detto di venire qui dopo le 13. “Non è bello se venite a vedere quando stanno mangiando” ci hanno spiegato. Non basta dar da mangiare e dormire: occorre evitare l’abbrutimento di chi è arrivato qui in condizioni pietose, senza più nulla di proprio, senza più nulla da fare durante la giornata se non aspettare e prepararsi al prossimo turno di gioco. Per questo i volontari cercano anche di tenere un clima scherzoso, gioioso. Quelli del ristorante si comportano come dei veri ristoratori, che accolgono gli avventori con il sorriso e una pacca sulla spalla, come dei vecchi clienti che tornano

Accanto al ristorante c’è un bar che adesso è adibito a posto di primo soccorso. Dentro ci sono un infermiere bosniaco e una dottoressa italiana. Ogni visita viene riportata in un registro dove si annota anche la causa delle ferite. Le cause sono solo due: una si chiama “marcia” e sono i danni provocati dai lunghi percorsi a piedi, l’altra si chiama “polizia” e sono le ferite provocate dalle bastonate. Tutti le hanno sulle mani e le braccia, che vengono usate istintivamente per difendere la testa. Poi, a scelta, i colpi sono caduti sulle gambe, sulla schiena e i più gravi sulla testa. Il governo croato ha spesso negato che la polizia usi la violenza , ma ci sono innumerevoli testimonianze, oltre alla nostra, che ciò avviene costantemente.

I volontari arrivati qui, tutti giovani, dicono che loro stanno solo coordinando l’aiuto della gente di Velika Kladusa, senza sostituirsi ad essa. E’ stata così bella la reazione spontanea di solidarietà di questo paese che tutti vogliono continuare a tenerla viva. Anche l’ONU è arrivato qui per aiutare, ma la gente non ha voluto collaborare: qui in Bosnia l’ONU evoca tragici ricordi di sprechi e corruzione durante la guerra degli anni ‘90, culminata nell’eccidio di Srebrenica, perpetrato sotto gli occhi dei caschi blu olandesi. Così l’ONU ha dovuto andarsene da Velika Kladusa e lasciare tutto in mano alla gente del posto e ai volontari. C’è una foto in cui uno dei cuochi del ristorante tiene un cartello scritto in inglese che dice ”durante la guerra qui nessuno è morto di fame e nessuno morirà di fame adesso”.

L’infermiere bosniaco, che dal 2015 sta lavorando in tutte le frontiere dei Balcani, ci tiene a dire che qui la polizia bosniaca è speciale. Al contrario dei croati, i bosniaci sono “non solo professionali, ma umani”. Sono gentili, collaborano con i volontari, hanno regalato i loro vestiti civili per i migranti.

Qualche mese fa hanno smantellato il campo all’aperto che si era formato spontaneamente e hanno portato tutti a dormire nel capannone di una fabbrica dismessa. Non una sistemazione di lusso, ma per affrontare l’inverno era un riparo necessario. Adesso sono arrivati anche dei piccoli container che un po’ alla volta verranno portati nella fabbrica per alloggiare un po’ meglio le persone e garantire una maggiore riservatezza. Ci fermiamo all’ingresso a chiacchierare con una coppia di irakeni, marito e moglie sui quarant’anni. Poco più in là, seduti per terra, due ragazzi siriani, uno di 16 e uno di 19 anni.

Cominciamo a chiederci come mai a casa nostra, al di là della frontiera, dentro l’Europa ufficiale, la gente ha paura e si chiude per tenere a distanza questa umanità in cammino, mentre al di qua, nell’Europa dei poveri, la gente apre gli armadi e i ristoranti per accoglierli. Sarà il ricordo ancora vivo di quando erano loro, i bosniaci, a scappare dalla guerra e a dover mendicare un rifugio da qualche parte più a ovest. Sarà forse perché i poveri non hanno niente da difendere e non hanno ancora perso l’umanità che ti consente di sentire che la sofferenza dell’altro è anche la tua. L’Europa ricca invece l’ha persa e i suoi giovani vengono qui, in Bosnia, per ritrovarla. La frontiera che protegge l’Europa dai poveri è sbarrata, ma i giovani l’hanno scavalcata e hanno portato l’Europa anche qui. Perché non c’erano confini tra queste colline, sono gli uomini che li hanno messi. E sono gli uomini che li tolgono.